Imparare a reimparare

Ci risiamo: è ripreso il dibattito tra gli zombie.

Sono bastati i nuovi sussulti mediatici dei risultati delle prove Invalsi e la vista a tunnel e l’autoreferenzialità hanno rialzato la testa.

La rissa principale rimbalza tra condanna delle competenze e nebulosi e tossici dibattiti sulla DAD.

18 mesi di eventi e processi non hanno smosso nulla di autenticamente critico: nessuna elaborazione alternativa rispetto al pensiero corrente e maggioritario, e prima ancora nessuna analisi originale.

Solo il ricorso di ciascuno ai propri pregiudizi pre-coronavirus, nella cui tragedia economica, sociale, culturale e professionale tutti trovano conferma a quanto pensavano a fine 2019: #comeavevamodetto, che lasciano del tutto immutate le pratiche culturali dominanti.

Equivoci della tradizione

Già tre anni fa prendevo seccamente le distanze da questa prospettiva, invitando ad ampliare lo sguardo e a riflettere davvero sulla matrice discriminatoria e classista della scuola italiana, in quell’articolazione che troppi si ostinano a chiamare “superiore” e a far terminare con un inesistente esame di “Maturità“.

Adesso vado decisamente oltre. Su scuola e istruzione non ho più niente da insegnare a nessuno: voglio piuttosto regalarmi l’intenzione di re-imparare.

Tutto il blog, del resto, testimonia questo desiderio di estensione concettuale e di ri-strumentazione lessicale dell’agentività civica e politica, che è diventato ancor più urgente e soddisfacente da quando mi sono imbattuto in due testi capaci di squarci davvero illuminanti.

Uno è “Pluriverso. Dizionario del post-sviluppo“; l’altro è “Posthuman Glossary“.

I due libri hanno una matrice comune: il superamento della visione antropocentrica, che contrappone natura e società e assegna agli esseri umani il diritto di sfruttamento sulle risorse della Terra, considerate e computate come “capitale“.

Entrambi sono soprattutto raccolte di neologismi, riformulazioni, ridefinizioni. In modo diverso mettono infatti in discussione i quadri concettuali ed epistemologici e le semantizzazioni tipici della “supremazia cognitiva occidentale” e delle caratteristiche del suo modello di civilizzazione, proponendone di alternativi, anche in forma volutamente provocatoria, che non va quindi presa come oro colato, come nuovo dogma del radicalismo, ma come stimolo a riflettere, ad apprendere ulteriormente.

In prefazione, Rosi Braidotti ci regala una preziosissima elencazione degli studi critici da cui sono tratte le voci dell’opera, che ha curato insieme a Maria Hlavajova:

‘All’inizio del millennio, con Internet come l’unico vero “fornitore di contenuti”, gli ex teorici sono stati trasferiti nella posizione orientata al mercato di “mediatori di idee” e, nei casi migliori, di “leader di idee”. Al giorno d’oggi, siamo tutti imprenditori della mente. Il carattere cognitivo del capitalismo contemporaneo e la sua alta mediazione tecnologica hanno paradossalmente prodotto uno stato d’animo “post-teoria” e hanno intensificato gli attacchi al pensiero radicale e al dissenso critico. Questo stato d’animo negativo ha anche provocato critiche al valore sociale e accademico delle discipline umanistiche, in un’università aziendale neo-liberale governata da un’economia quantificata e dal motivo del profitto.
Eppure, la vitalità del pensiero critico nel mondo di oggi è palpabile, così come lo spirito di ribellione che lo sostiene. La pratica teorica potrebbe essersi bloccata nel mondo accademico, ma è esplosa con rinnovata energia in altri settori, nei media, nella società, nelle arti e nel mondo aziendale. Nuove generazioni di aree di “studi” critici sono cresciute accanto alle epistemologie radicali classiche degli anni ’70: genere, femminismo, queer, razza, studi postcoloniali e subalterni, studi culturali, film, televisione e studi sui media. La seconda generazione di aree di “studi” critici include studi sugli animali e l’ecocriticismo; studi culturali della scienza e della società; studi di religione; studi sulla disabilità; studi sui grassi; studi di successo; studi sulle celebrità; studi sulla globalizzazione; e tanti altri. I nuovi media hanno generato nuovi meta-campi: studi sul software, studi su Internet, studi sui giochi, studi postcoloniali digitali e altro ancora. La fine della Guerra Fredda ha generato studi sui conflitti e ricerche sulla pace; studi sui diritti umani, gestione umanitaria; medicina orientata ai diritti umani; studi su traumi, memoria e riconciliazione; studi sulla sicurezza, studi sulla morte; studi sul suicidio; e l’elenco è ancora in crescita. Queste diverse generazioni di “studi” costituiscono ora una forza teorica da non sottovalutare.
La teoria è tornata!’ (corsivi miei, NdR)

Il pensiero critico deve svelare e demistificare la strutture del potere politico e culturale sulla base di un’etica collaborativa che intravvede e considera possibile un divenire diverso dalle azioni preventive del capitalismo globale, che riconosce l’interdipendenza tra “altri” molteplici, umani e non umani, nella biosfera.

L’interpersione degli approcci, necessaria affinché il patrimonio culturale planetario sia davvero conoscenza pubblica e aperta, richiede una coraggiosa e intenzionale defamiliarizzazione dalle abitudini di pensiero acquisite in dipendenza dalle divisioni disciplinari sancite e riproposte dell’accademia tradizionale.

Utile a questo scopo è il concetto di post-disciplinarietà, così presentato da Nina Lykke, sempre in “Posthuman glossary”:

Mentre i concetti di multi- e interdisciplinarietà sono spesso usati per indicare attività interdisciplinari che prosperano anche nelle università con egemonie disciplinari, la postdisciplinarità implica trasformazioni più radicali dell’attuale produzione di conoscenza. Multi e interdisciplinarietà significano collaborazioni tra discipline su problemi o questioni di interesse comune, affrontate fondamentalmente da approcci teorici e metodologici, sviluppati nell’ambito di discipline che entrano in nuove relazioni sinergiche tra loro. Tuttavia, nella produzione di conoscenza multidisciplinare e interdisciplinare, le discipline agiscono come prerequisiti e punti di partenza dati per scontati per il lavoro interdisciplinare. Al contrario, il concetto di postdisciplinarità si riferisce a modi più trasgressivi di produrre conoscenza accademica che destabilizzano, decostruiscono e interrompono l’egemonia di discipline distinte e le classiche divisioni accademiche tra scienze umane, sociali, tecniche, mediche e naturali. (…)
Gli studiosi di post-umanità hanno traiettorie accademiche in una varietà di discipline, nonché interdiscipline o “studi” come ad esempio studi femministi, studi postcoloniali, studi queer, studi sulla disabilità critica, studi scientifici e tecnologici, studi ambientali, studi culturali, studi sugli animali studi, ecc. Ma attraverso questa diversità, si trovano spesso basi condivise in relazioni disidentificative con le forze disciplinanti delle classiche divisioni accademiche e nella comparazione della produzione di conoscenza in discipline distinte, ciascuna aggrappata ai propri canoni. La maggior parte degli studiosi di postumanità oggi deve riconoscere i propri punti di partenza nelle discipline o nelle interdiscipline per quanto riguarda le credenziali formali in termini di diplomi e affiliazioni. Ma ancora tendono spesso a disidentificarsi con la corrente principale delle loro discipline o interdiscipline a causa di posizioni critiche nei confronti delle onto-epistemologie, su cui si fondano comunemente le dinamiche di disciplina e compartimentalizzazione della moderna produzione di conoscenza accademica. Molti di questi studiosi criticano le divisioni accademiche e le strutture disciplinari come compartimentazioni inadeguate a favore di conversazioni trasversali e trasgressioni degli attuali confini accademici tra produzione di conoscenza sull”umano ‘, il’ sociale ‘, il’ naturale ‘, il’ tecnico ‘e i mondi “medici”.
(…) La postdisciplinarità richiede nuove modalità di organizzazione e nuovi strumenti metodologici. I quadri metodologici trasgressivi e trasformativi non vengono creati dal nulla. Hanno bisogno di svolgersi in conversazioni trasversali tra diversi approcci a questioni di interesse comune, definiti attraverso ciò che Barad concettualizza come tagli provvisori e momentanei – non universali – tra soggetto e oggetto (…). Per stabilire tali conversazioni trasversali oltre i confini disciplinari, sono necessari spazi di collaborazione postdisciplinare, ovvero spazi in cui gli sforzi di collaborazione tra ricercatori situati in posizioni diverse possono svolgersi senza che alcuna disciplina abbia il diritto esclusivo e dato per scontato di definire l’agenda accademica e sorvegliare i confini del tipi specifici di produzione di conoscenza da avviare. La collaborazione è importante nel lavoro postdisciplinare, dal momento che tutta la produzione di conoscenza è considerata parziale, e nessuno quindi può avere una panoramica completa (…).
Diversi studiosi di postumanità hanno sviluppato strumenti concettuali che possono funzionare come utili tecnologie di pensiero capaci di stabilire conversazioni trasversali postdisciplinari. Un esempio sono i suggerimenti di Haraway e Barad sull’uso del fenomeno ottico della diffrazione come metafora di una tecnologia del pensiero critico, che costituisce un’alternativa alla metafora più convenzionale della riflessione. Una metodologia riflessiva utilizza lo specchio come strumento critico, osserva Haraway (…), sottolineando che questa strategia analitica ha i suoi limiti quando si tratta di fare la differenza. Lo specchio come strumento critico non ci porta oltre la logica statica del Medesimo. In un’immagine speculare, il primo piano e lo sfondo rimangono gli stessi. Al contrario, la diffrazione è un processo dinamico e complesso, che implica una continua ‘produzione di modelli di differenza nel mondo, non solo degli stessi riflessi – spostati – altrove'”.

Di grande interesse mi pare in particolare la suggestione della sostituzione della riflessione con una metodologia diffrattiva, che rende possibile individuare e connettere le intuizioni da testi, posizioni disciplinari o teoriche l’una attraverso l’altra, in modo produttivo di concetti e nuove idee creative e critiche.

Apprendimento critico

L’apprendimento critico dovrebbe diventare un compito collaborativo e incrementale, ma ciò – per il momento – non accade. Anche se c’è qualche eccezione.

Le macchine digitali mi interessano” – di Juan Carlos De Martin

Croniqueers di Mara Pieri

Il film sulla sessualità citato nell’intervento di Mara Pieri è reperibile su Vimeo.

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