Imparare a reimparare

Ci risiamo: è ripreso il dibattito tra gli zombie.

Sono bastati i nuovi sussulti mediatici dei risultati delle prove Invalsi e la vista a tunnel e l’autoreferenzialità hanno rialzato la testa.

La rissa principale rimbalza tra condanna delle competenze e nebulosi e tossici dibattiti sulla DAD.

18 mesi di eventi e processi non hanno smosso nulla di autenticamente critico: nessuna elaborazione alternativa rispetto al pensiero corrente e maggioritario, e prima ancora nessuna analisi originale.

Solo il ricorso di ciascuno ai propri pregiudizi pre-coronavirus, nella cui tragedia economica, sociale, culturale e professionale tutti trovano conferma a quanto pensavano a fine 2019: #comeavevamodetto, che lasciano del tutto immutate le pratiche culturali dominanti.

Equivoci della tradizione

Già tre anni fa prendevo seccamente le distanze da questa prospettiva, invitando ad ampliare lo sguardo e a riflettere davvero sulla matrice discriminatoria e classista della scuola italiana, in quell’articolazione che troppi si ostinano a chiamare “superiore” e a far terminare con un inesistente esame di “Maturità“.

Adesso vado decisamente oltre. Su scuola e istruzione non ho più niente da insegnare a nessuno: voglio piuttosto regalarmi l’intenzione di re-imparare.

Presentazione di fatto del blog – 27.11.2021

Come afferma Rachele Borghi, del resto:

se la conoscenza è un’arma per creare alleanze e complicità allora metti in discussione i paradigmi occidentali come unici e comincia a imparare a reimparare. Potrai così mobilitare epistèmi differenti e dar loro la legittimità che meritano. Tornare sui banchi di scuola, alla scuola della decolonialità, con insegnanti decoloniali in spazi decoloniali. Se vuoi essere una alleato devi passare da qui. Dopo di che potrai decolonializzare la tua biblioteca di riferimento, rivedere completamente i programmi dei tuoi corsi, le bibliografie dei tuoi articoli, le citazioni che fai a tavola con gli amici. E forse quando qualcuno ti chiederà di chiudere gli occhi e di pensare a cinque autorie che consideri tuoi punti di riferimento, non resterai abbagliata dalla bianchezza della loro immagine.
Accogliere la proposta decoloniale significa diventare disertori dell’accademia e dell’insegnamento. Io, tu, noi, quando siamo all’interno di processi di trasmissione dei saperi, possiamo trasformarci da portatori sane di potere in hackers del sapere e provare così, come diceva Primo Moroni, a “Condividere saperi senza fondare poteri”

Tutto il blog, per altro, testimonia un desiderio di estensione concettuale e di ri-strumentazione lessicale dell’agentività civica e politica, che è diventato ancor più urgente e soddisfacente da quando mi sono imbattuto in due testi capaci di squarci davvero illuminanti: uno è “Pluriverso. Dizionario del post-sviluppo“; l’altro è “Posthuman Glossary“.

I due libri hanno una matrice comune: il superamento della visione antropocentrica, che contrappone natura e società e assegna agli esseri umani il diritto di sfruttamento sulle risorse della Terra, considerate e computate come “capitale“.

Entrambi sono soprattutto raccolte di neologismi, riformulazioni, ridefinizioni. In modo diverso mettono infatti in discussione i quadri concettuali ed epistemologici e le semantizzazioni tipici della “supremazia cognitiva occidentale” e delle caratteristiche del suo modello di civilizzazione, proponendone di alternativi, anche in forma volutamente provocatoria, che non va quindi presa come oro colato, come nuovo dogma del radicalismo, ma come stimolo a riflettere, ad apprendere ulteriormente. Vanno infatti apprezzate l’intenzione esplicita e l’efffettiva capacità di decostrire i “concetti dispositivi dell’oppressione, ovvero le idea e le categorie utili per svalorizzare, escludere, sfruttare, distruggere corpi, esistenze e conoscenze in nome di un’irrilevanza aprioristica, che deriva in realtà da privilegi, spesso auto-attribuiti secondo il meccanismo epistemico descritto da de Sousa Santos.

In prefazione, Rosi Braidotti ci regala una preziosissima elencazione degli studi critici da cui sono tratte le voci dell’opera, che ha curato insieme a Maria Hlavajova:

‘All’inizio del millennio, con Internet come l’unico vero “fornitore di contenuti”, gli ex teorici sono stati trasferiti nella posizione orientata al mercato di “mediatori di idee” e, nei casi migliori, di “leader di idee”. Al giorno d’oggi, siamo tutti imprenditori della mente. Il carattere cognitivo del capitalismo contemporaneo e la sua alta mediazione tecnologica hanno paradossalmente prodotto uno stato d’animo “post-teoria” e hanno intensificato gli attacchi al pensiero radicale e al dissenso critico. Questo stato d’animo negativo ha anche provocato critiche al valore sociale e accademico delle discipline umanistiche, in un’università aziendale neo-liberale governata da un’economia quantificata e dal motivo del profitto.
Eppure, la vitalità del pensiero critico nel mondo di oggi è palpabile, così come lo spirito di ribellione che lo sostiene. La pratica teorica potrebbe essersi bloccata nel mondo accademico, ma è esplosa con rinnovata energia in altri settori, nei media, nella società, nelle arti e nel mondo aziendale. Nuove generazioni di aree di “studi” critici sono cresciute accanto alle epistemologie radicali classiche degli anni ’70: genere, femminismo, queer, razza, studi postcoloniali e subalterni, studi culturali, film, televisione e studi sui media. La seconda generazione di aree di “studi” critici include studi sugli animali e l’ecocriticismo; studi culturali della scienza e della società; studi di religione; studi sulla disabilità; studi sui grassi; studi di successo; studi sulle celebrità; studi sulla globalizzazione; e tanti altri. I nuovi media hanno generato nuovi meta-campi: studi sul software, studi su Internet, studi sui giochi, studi postcoloniali digitali e altro ancora. La fine della Guerra Fredda ha generato studi sui conflitti e ricerche sulla pace; studi sui diritti umani, gestione umanitaria; medicina orientata ai diritti umani; studi su traumi, memoria e riconciliazione; studi sulla sicurezza, studi sulla morte; studi sul suicidio; e l’elenco è ancora in crescita. Queste diverse generazioni di “studi” costituiscono ora una forza teorica da non sottovalutare.
La teoria è tornata!’ (corsivi miei, NdR)

Il pensiero critico deve svelare e demistificare la strutture del potere politico e culturale sulla base di un’etica collaborativa che intravvede e considera possibile un divenire diverso dalle azioni preventive del capitalismo globale, che riconosce l’interdipendenza tra “altri” molteplici, umani e non umani, nella biosfera.

L’interpersione degli approcci, necessaria affinché il patrimonio culturale planetario sia davvero conoscenza pubblica e aperta, richiede una coraggiosa e intenzionale defamiliarizzazione dalle abitudini di pensiero acquisite in dipendenza dalle divisioni disciplinari sancite e riproposte dell’accademia tradizionale.

Utile a questo scopo è il concetto di post-disciplinarietà, così presentato da Nina Lykke, sempre in “Posthuman glossary”:

Mentre i concetti di multi- e interdisciplinarietà sono spesso usati per indicare attività interdisciplinari che prosperano anche nelle università con egemonie disciplinari, la postdisciplinarità implica trasformazioni più radicali dell’attuale produzione di conoscenza. Multi e interdisciplinarietà significano collaborazioni tra discipline su problemi o questioni di interesse comune, affrontate fondamentalmente da approcci teorici e metodologici, sviluppati nell’ambito di discipline che entrano in nuove relazioni sinergiche tra loro. Tuttavia, nella produzione di conoscenza multidisciplinare e interdisciplinare, le discipline agiscono come prerequisiti e punti di partenza dati per scontati per il lavoro interdisciplinare. Al contrario, il concetto di postdisciplinarità si riferisce a modi più trasgressivi di produrre conoscenza accademica che destabilizzano, decostruiscono e interrompono l’egemonia di discipline distinte e le classiche divisioni accademiche tra scienze umane, sociali, tecniche, mediche e naturali. (…)
Gli studiosi di post-umanità hanno traiettorie accademiche in una varietà di discipline, nonché interdiscipline o “studi” come ad esempio studi femministi, studi postcoloniali, studi queer, studi sulla disabilità critica, studi scientifici e tecnologici, studi ambientali, studi culturali, studi sugli animali studi, ecc. Ma attraverso questa diversità, si trovano spesso basi condivise in relazioni disidentificative con le forze disciplinanti delle classiche divisioni accademiche e nella comparazione della produzione di conoscenza in discipline distinte, ciascuna aggrappata ai propri canoni. La maggior parte degli studiosi di postumanità oggi deve riconoscere i propri punti di partenza nelle discipline o nelle interdiscipline per quanto riguarda le credenziali formali in termini di diplomi e affiliazioni. Ma ancora tendono spesso a disidentificarsi con la corrente principale delle loro discipline o interdiscipline a causa di posizioni critiche nei confronti delle onto-epistemologie, su cui si fondano comunemente le dinamiche di disciplina e compartimentalizzazione della moderna produzione di conoscenza accademica. Molti di questi studiosi criticano le divisioni accademiche e le strutture disciplinari come compartimentazioni inadeguate a favore di conversazioni trasversali e trasgressioni degli attuali confini accademici tra produzione di conoscenza sull”umano ‘, il’ sociale ‘, il’ naturale ‘, il’ tecnico ‘e i mondi “medici”.
(…) La postdisciplinarità richiede nuove modalità di organizzazione e nuovi strumenti metodologici. I quadri metodologici trasgressivi e trasformativi non vengono creati dal nulla. Hanno bisogno di svolgersi in conversazioni trasversali tra diversi approcci a questioni di interesse comune, definiti attraverso ciò che Barad concettualizza come tagli provvisori e momentanei – non universali – tra soggetto e oggetto (…). Per stabilire tali conversazioni trasversali oltre i confini disciplinari, sono necessari spazi di collaborazione postdisciplinare, ovvero spazi in cui gli sforzi di collaborazione tra ricercatori situati in posizioni diverse possono svolgersi senza che alcuna disciplina abbia il diritto esclusivo e dato per scontato di definire l’agenda accademica e sorvegliare i confini del tipi specifici di produzione di conoscenza da avviare. La collaborazione è importante nel lavoro postdisciplinare, dal momento che tutta la produzione di conoscenza è considerata parziale, e nessuno quindi può avere una panoramica completa (…).
Diversi studiosi di postumanità hanno sviluppato strumenti concettuali che possono funzionare come utili tecnologie di pensiero capaci di stabilire conversazioni trasversali postdisciplinari. Un esempio sono i suggerimenti di Haraway e Barad sull’uso del fenomeno ottico della diffrazione come metafora di una tecnologia del pensiero critico, che costituisce un’alternativa alla metafora più convenzionale della riflessione. Una metodologia riflessiva utilizza lo specchio come strumento critico, osserva Haraway (…), sottolineando che questa strategia analitica ha i suoi limiti quando si tratta di fare la differenza. Lo specchio come strumento critico non ci porta oltre la logica statica del Medesimo. In un’immagine speculare, il primo piano e lo sfondo rimangono gli stessi. Al contrario, la diffrazione è un processo dinamico e complesso, che implica una continua ‘produzione di modelli di differenza nel mondo, non solo degli stessi riflessi – spostati – altrove'”.

Di grande interesse mi pare in particolare la suggestione della sostituzione della riflessione con una metodologia diffrattiva, che rende possibile individuare e connettere le intuizioni da testi, posizioni disciplinari o teoriche l’una attraverso l’altra, in modo produttivo di concetti e nuove idee creative e critiche; il pensiero disciplinare, invece, rischia di essere costretto a filtrare le proprie esperienze attraverso un’unica lente, che produce confini, impedendo di compredere adeguatamente le situazioni e i rapporti di forza.

Apprendimento critico

L’apprendimento critico dovrebbe diventare un compito collaborativo e incrementale, ma ciò – per il momento – non accade. Anche se c’è qualche eccezione.

Si chiede Donna Haraway, dal cui concetto di Chthulucene discende una sorta di lessico dell’emancipazione culturale:

Cosa succede quando l’eccezionalismo umano e l’individualismo [utilitarista] limitato – questi vecchi adagi della filosofia e dell’economia politica occidentali – diventano impensabili nelle scienze più avanzate, naturali o sociali che siano? Impensabili per davvero: non è possibile pensare in loro presenza.(…)

Ossservano ancora Armano e Cominu:

si sono moltiplicati i contributi che contestano l’inevitabilità tecnologica dei cambiamenti abilitati dal digitale e che invitano ad osservare i medesimi in quanto “logiche in azione” piuttosto che semplici tecnologie.
È utile richiamare, in questo quadro, il punto di vista di David Noble, circa l’inesistenza di un uso della tecnologia che non rifletta una relazione di potere. (…) le macchine digitali non sono strumenti neutri poiché recano in sé, ben impressi, i segni del loro essere concepite, ideate, create, diffuse allo scopo di creare nuove modalità di realizzare profitti; dall’altra l’intento è dialogare nel solco degli approcci consapevoli della complessità della relazione umano-macchina nei processi produttivi 4.0 e più in generale negli ambienti tecnologicamente densi.

Come dice ancora Rachele Borghi,

Pensare decolonialmente un mondo pluriversale significa immaginarlo come un arcipelago di punti di enunciazione, una costellazione di micropolitiche di decolonialità, di laboratori di sperimentazione, a partire dal proprio posizionamento e dai propri privilegi.
Decolonializzare significa pensare che la realtà possa essere caleidoscopica: assomigliare più alle immagini del caleidoscopio che alle proiezioni cartografiche. Il caleidoscopio permette di vedere le cose diversamente e di costruire immagini nuove di realtà nuove. Non è solo una questione di punti di vista, è piuttosto una questione di punti di azione. È uno strumento che restituisce immagini plurime, senza centri e periferie. Basta poi farlo roteare, far muovere i vetrini colorati contenuti al suo interno perché l’immagine si trasformi, perché appaiano nuove costellazioni colorate. Il caleidoscopio ci permette di vedere la pluriversità del sistema-mondo. Accettare la proposta decoloniale significa non solo cambiare le lenti con cui guardiamo la realtà ma cambiare.

E quindi questo blog è una sorta di diario di bordo di una ricerca consapevolmente inattuale, utopica, e per ciò stesso consapevolmente posizionata nell’ambito dello studio critico. Che spera di essere “pubblicamente” utile, sottolineando in particolare le implicazioni etiche e politiche delle concettualizzazioni rinvenute dalle letture e/o prodotte in autonomia e sintetizzate nei diversi articoli, per lo più in forma testuale, ma anche con schematizzazioni e tabelle e con arricchimenti multimediali.

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Le macchine digitali mi interessano” – di Juan Carlos De Martin

Croniqueers di Mara Pieri

Il film sulla sessualità citato nell’intervento di Mara Pieri è reperibile su Vimeo.

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