Iperindustrialità e sue implicazioni

Alquati conia e definisce il concetto riflettendo sulla capacità lavorativa umana vivente, merce principale del capitalismo, e sulla industrializzazione della soggettività:

Maniera organizzativa trasversale almeno implicitamente collettiva del lavorare in reti, pure telematiche, sia distribuite sia al contempo a forma di piramidi di comando piuttosto centrale, di rapporti cooperativi psichici e neoartigianali, in cui questo lavoro cooperante é pre-scomposto e ridistribuito mediante un piano segnico informatizzato (e numerizzato, digitalizzato, ecc.) e virtualizzato che lo pre-reintegra segnicamente in rete secondo una razionalità scientifica peculiare e flessibile e rivolta al risparmio, soprattutto di capacità-umana-vivente psichica, di tempo e di capitale, e tesa all’innovazione così risparmiatrice. Quindi esso procede […] per alte scale di standardizzazione e ripetizione, in maniera pianificata e programmata in continua rettifica (mediante controllo in tempo reale), e sboccante nell’utilizzo e continuo sviluppo soprattutto qualitativo del macchinario piuttosto intangibile, verso nuovi e più potenti ed automatici sistemi uomo-macchina e così necessariamente aperta verso il futuro

Come osservano Armano e Cominu, il concetto di iperindustrialità è utile per cogliere alcuni aspetti della trasformazione digitaleù

vi sono evidenti punti di contatto tra logica iperindustriale e funzionamento delle piattaforme digitali che possono essere concepite come strutture tecnologico-relazionali basate sulla scomposizione e codifica in item digitali di processi lavorativi e sociali. Le accresciute possibilità tecniche hanno reso possibili nuove forme di “uberizzazione” intesa come codificazione e deregolazione dei rapporti di lavoro206, ovvero il proliferare via piattaforma di demand, gig e task work. Task che possono ridursi a microwork (es. categorizzazione di fotografie, trascrizione di discorsi, la registrazione di immagini e video) spesso remunerati con il sistema del cottimo digitale.
Da un lato, a livello astratto e generale è possibile cogliere tracce di ‘iperindustriale’ nell’innovazione dei processi organizzativi, nel loro divenire sempre più strutturati ma anche più flessibili e informati dalla connettività digitale che rende ubique persone e ‘cose’, erodendo e minando di fatto le rigidità tuttora presenti nei contratti di lavoro. Dall’altro lato le piattaforme digitali presuppongono tuttora la presenza di una ‘soggettività’ nella quale l’assunzione del rischio diviene fattore baricentrico208, pre-condizione anche per la messa al lavoro della folla. (…) il cambiamento indotto da questa nuova “industrialità” arricchisce o impoverisce l’agente umano? La questione non è riducibile ad un problema di skills richiesti ai lavoratori, ma va riferita alla capacità umana più complessiva: ricchezza significa infatti gamma, varietà, qualità delle conoscenze, ma ad un livello più generale anche capacità di azione, ricchezza linguistica, immaginazione, esperienza e via di seguito. Impoverimento, per converso, implica riduzione di queste qualità. Sintetizzando un’elaborazione più ampia, nella sua riflessione Alquati ipotizzava una contraddizione tra potenza (come proprietà dell’agire combinato umano-macchina per la realizzazione di fini sistemici – agire che considerava perlopiù “eso-organizzato”) e ricchezza, intesa come capacità incorporate dagli agenti umani, non solo in quanto “attori” lavorativi ma più complessivamente come “persone214”. Nella sua ipotesi la nuova (iper)industria, sia pure digitalizzata e reticolare, si muoveva ancora nel solco della “vecchia”, mortificando le possibilità di realizzare più avanzati sistemi di arricchimento delle persone. (…) La riduzione della persona a capitale umano, non da oggi, è l’utopia capitalistica che la società digitale promette di sostanziare (restando utopia, perché – questa è una delle ipotesi politicamente centrali [di Alquati] (…) – l’agente umano, anche quando sostanzialmente consensuale, non è mai completamente riducibile ad attore meramente funzionale). (…) se un algoritmo è un procedimento che risolve un dato problema attraverso la sua scomposizione in un numero finito di passi elementari, per potersi attivare deve essere tuttora integrato mediante la combinazione con capacità umana. (…) [Si definisce via via] una sorta di soggettività macchinica, concetto che Alquati riprendeva in parte da Deleuze-Guattari ma con significati propri, come progressiva compenetrazione di attributi sempre più umani nel macchinario e sempre più macchinici nell’umano. L’accento non è posto sul tipo di tecnologia quanto sulla qualità della relazione basata sulla combinazione tra macchine e attività umana, oltre dunque ogni pseudo opposizione tra i due termini. In altre parole, forzando l’autore, accanto alla soggettività intesa come attributo esclusivo dell’umano, nella nuova industrialità occorre considerare l’affermarsi di soggettività ibride, dove la questione importante risiede tanto nel farsi intelligente dell’artificiale quanto nello sviluppo di un macchinario di cui l’umano è, in prospettiva, parte integrante. (….) I device digitali possono oggi essere concettualizzati anche come interfacce per la produzione di soggettività macchinica; ad esempio, connettono al network e mostrano quanto la performance sia gradita, ma ciò d’altra parte rende l’io più vulnerabile e forse arrendevole al pensiero per lo più replicativo di ciò che è atteso. La comunicazione via social, ad esempio, [è soprattutto] costruzione di relazioni codificate e perciò misurabili: molecole di valore atteso, con ben poca ambivalenza. . La connettività, ne consegue, struttura in maniera ambivalente la società digitale. Essa da un lato, si presenta come potenza liberatoria, che enfatizza le dimensioni di immediatezza, velocità e flusso, mostra la “conoscenza” sempre più accessibile, fornisce ulteriori gradi di autonomia ai soggetti con la possibilità di costruire relazioni al di là dei vincoli di tempo e spazio. Dall’altro, la possibilità di “esserci sempre” (o l’ingiunzione alla reperibilità permanente), comporta l’indistinzione tra vita e lavoro, il venire meno della distinguibilità tra spazio domestico e produttivo, tra relazioni personali e rapporti professionali, ecc.

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