Didattica deresponsabilizzata come rinuncia all’apprendimento per attrito

Analizza Milani:

Non collaborare con gli esattamenti tossici di massa richiede uno sforzo importante, soprattutto a livello organizzativo. Gran parte delle università (in Italia e non solo) hanno delegato le loro infrastrutture digitali ai giganti dell’it mondiale: Google, Microsoft, Cisco e via dicendo. Gran parte delle scuole si affidano a quelle stesse aziende private per svolgere le loro attività quotidiane. Ciò significa che non sono più autonome dal punto di vista tecnico (ammesso che prima lo fossero). Inoltre docenti e studenti non possono decidere liberamente a proposito della metodologia di insegnamento e apprendimento: devono adattarsi alle soluzioni messe a disposizione. Soluzioni proprietarie, del tutto sottratte al controllo pubblico. Certo, per insegnanti demotivati e sottopagati, costretti alla didattica digitale, invece di doversi arrangiare è più facile fare i quiz con Google Classroom: a volte persino piacevole! E alla fine ci si ritrova con i voti già praticamente assegnati. L’esattamento tecnico tossico spinge l’evoluzione nella direzione della quantificazione costante delle prestazioni: nulla a che vedere con apprendimenti significativi che permettano la maturazione di competenze articolate. Lo stesso vale per le aziende, la pubblica amministrazione, le associazioni; per le famiglie, le coppie, i gruppi di affinità, gli amici: aprire un gruppo Whatsapp (o Telegram, o vattelapesca) è più facile che organizzarsi in maniera autonoma! E questo vale a tutte le latitudini, e a prescindere dall’orientamento politico; vale per i gruppi lesbici separatisti come per i suprematisti bianchi; per le associazioni di mutuo appoggio di persone trans come per i gruppi transfobici; per gli atei convinti come per i creazionisti; per chi fa volontariato come per chi fa truffe. Poi, quando il sistema non è disponibile, ci si rende conto di non avere scelta. Invece altre scelte sono possibili. Gli esperti si possono educare, ma bisogna in primo luogo educare noi stessi, imparare a porre domande in maniera comprensibile. Per farlo dobbiamo essere in grado di metterci nei panni dell’altro, cioè osservarci in maniera obliqua, con sguardo distaccato. «Non funziona!» non vuol dire nulla, ed è anzi una miccia per l’innesco della sottomissione alla gerarchia tecnoburocratica. Bisogna piuttosto chiedersi: cosa è successo? In che modo? Quali passaggi della procedura sono andati storti? E poi: abbiamo davvero bisogno di inviare tutti quei messaggi, di rimanere sempre connessi, di produrre tutti questi dati? Allenarsi all’attenzione è un passo fondamentale, ma se siamo completamente assorbiti dai nostri automatismi con macchine serve non è possibile riferire l’accaduto. Da parte loro, spesso gli esperti sono molto gratificati quando mostriamo di aver tentato di darci da fare. E se da un lato dobbiamo tenere a bada la loro propensione a montare in cattedra, dall’altra dobbiamo anche disertare la nostra tendenza ad affidarci ciecamente. Imparare a tessere relazioni di fiducia con persone capaci significa mettere in pratica il mutuo appoggio. Gli esseri umani non sono isole, non sono monadi separate e autosufficienti; è sempre più essenziale saper individuare e valorizzare le competenze già presenti nella propria rete sociale e favorire la nascita e lo sviluppo di nuovi saperi tecnici liberatori. Seminare server indipendenti, ovvero macchine equipaggiate con software libero, e non proprietà di qualche multinazionale o azienda avida, è un’operazione analoga a coltivare un orto comunitario. Magari, un giorno, queste macchine saranno costruite anche con hardware libero, non prodotto dallo sfruttamento di manodopera umana e dalla rapina indiscriminata di risorse naturali. Le macchine con cui viviamo dicono molto del modo in cui trattiamo il mondo e in cui trattiamo noi stessi; ci mettono di fronte alle nostre contraddizioni. (…) L’evoluzione delle interfacce digitali del dominio è orientata a ridurre al minimo ogni frizione. Del resto accade anche nel mondo analogico: la tendenza a sostituire i semafori con le rotonde in prossimità degli incroci stradali è una chiara spia dell’imperativo a non fermare il flusso, sia esso di veicoli o di dati. Le interfacce mediano gran parte delle nostre relazioni con gli oggetti digitali. (…) oggigiorno il termine interfacce evoca perlopiù le modalità con cui i software si offrono all’interazione con l’utente. In ogni caso, un’interfaccia è un confine condiviso e poroso, una sorta di filtro o meglio ancora un luogo nel quale avvengono traduzioni che permettono la comunicazione fra due o più componenti di un sistema informativo. Un monitor tattile è un’interfaccia esplicitamente mista: è una periferica di i/o, bidirezionale, e al tempo stesso richiede un sistema software. Il termine interfaccia risale alla fine del xix secolo. Veniva usato nelle scienze fisiche, dapprima in termodinamica per descrivere la soglia fra due sistemi termodinamici; in seguito in idrostatica, per designare la superficie di contatto fra due diverse sostanze. Riemerso nell’ambito cibernetico, è stato poi reintrodotto dal teorico dei media Marshall McLuhan negli anni Sessanta del xx secolo nel senso di «luogo di interazione fra due sistemi». Le interfacce sono quindi il luogo in cui gli umani vengono a contatto con gli esseri tecnici digitali. Oggi nell’industria informatica si usa il termine «interfaccia utente» (User Interface, ui) per riferirsi solo al livello grafico con cui si presuppone che gli utenti debbano interagire. Ma queste «interfacce utente» sono solo le porte principali, quelle più frequentate. Ci sono molte interfacce negli oggetti digitali, di accesso più o meno semplice per gli umani. In generale è possibile interagire con lo stesso essere tecnico attraverso molte interfacce diverse. Il fatto che si limiti l’interazione al livello grafico, il cosiddetto user friendly, amichevole per l’utente, coincide con una riduzione drastica di libertà sia dal lato tecnico sia da quello umano. (…) dal lato dell’utente c’è una quantità impressionante di strati tecnici non immediatamente visibili, inscatolati l’uno nell’altro e ricoperti da un ultimo strato visibile, tipicamente quello del web. (….)

Possiamo tradurre questo esempio nell’ambito della scuola e della formazione in generale. Si parla tanto di classi proattive, ambienti fluidi, ipermediali, interattivi. Nella stragrande maggioranza dei casi si propone di rendere computer, videoproiettori, lavagne multimediali e così via il più possibile invisibili, in modo che risultino naturali proprio come la lavagna e i banchi nell’ambiente-classe, al fine di non rivestire la tecnologia di un’aura mistica.

L’obiettivo è più che condivisibile, ma il metodo no. La parte cooperativa della cultura hacker ci insegna che «fare propria» la tecnologia significa «smontare» le macchine (a livello sia hardware sia software), capirne il funzionamento, rimontarle e riassemblarle per rispondere al proprio desiderio cognitivo e sociale. Non è necessario dissimulare le macchine, al contrario: è fondamentale rimarcare in ogni momento che le macchine modificano il nostro spazio cognitivo e sociale, perché sono esseri complessi.

In questo senso, l’enorme sforzo da parte di formatori e insegnanti nella costruzione di lo (Learning Objects) il più possibile conclusi e parcellizzati, delle specie di pillole di sapere adatte a essere digerite da classi «distrattente», potrebbe rivelarsi nocivo più che inutile. Anche perché, se tutto è raggiungibile qui e ora attraverso piattaforme e servizi in rete, se non si percepisce la differenza tra chattare con gli amici e chattare con il coach (umano o assistente artificiale che sia) della classe virtuale che spiega la lezione, diventa quasi impossibile stratificare conoscenze. Queste attività sono talmente routinarie che non costano nulla, dunque diventa inutile ricordare e organizzare le proprie conoscenze: i supporti digitali progettati come servi rendono le informazioni sempre disponibili, a portata di click.

Ecco il problema fondamentale: lo sforzo richiesto per imparare è praticamente nullo, perché assistere a una lezione non è diverso che stare davanti al proprio pc di casa. Non voglio fare l’elogio della versione di greco, del rompicapo di matematica o dei tomi da migliaia di pagine, ma sottolineare che (un po’) di fatica nell’apprendimento è essenziale per sviluppare un sapere riflessivo, una memoria capace di accostamenti imprevedibili e dunque di creatività, insomma per sviluppare autonomia.

La ri-mediazione di contenuti nell’epoca digitale può ridurci alla costruzione di pillole di sapere assimilabili come pappa pronta per le classi multimediali. Il metodo è parte del contenuto. L’attitudine di fondo orienta il percorso. Ovvero i contenuti non esistono separati da metodologie di apprendimento. E mirare a ottenere dei buoni voti è un’attitudine totalmente aliena all’attitudine hacker di giocare con curiosità insieme alle macchine. Un esempio banale: invece di spiegare con slide come funziona il metodo scientifico, si potrebbe smontare un computer insieme agli studenti e provare a capirne il funzionamento. Allora le macchine sarebbero tutto fuorché simulacri circondati da un alone mistico. Di certo la scuola deve cambiare, essere progettata a misura di studente come uno spazio cooperativo modulare nel quale il docente impara mentre insegna e il discente spiega mentre entrambi esplorano e creano insieme un territorio condiviso. Ma non c’è bisogno di ambienti ipermediali né di tecnologie avveniristiche per immaginare spazi simili. Nel 1970 veniva pubblicato Descolarizzare la società di Ivan Illich, una critica radicale e definitiva dell’istituzione scolastica, caratterizzata dal rapporto autoritario docente/discente, come unica risposta legittima ai bisogni formativi. (C. Milani – Tecnologie conviviali)