Analitica Culturale

Il suo scopo è

evitare un sommario riduttivo tipico sia della storia e della teoria culturale qualitativa che della recente ricerca quantitativa computazionale [mediante] visualizzazioni a risoluzione molto alta capaci di mostrare tutti gli artefatti in un unico insieme di dati, invece di una quantificazione di solo alcune delle dimensioni di questi artefatti per costruire modelli statistici. Nelle visualizzazioni, gli artefatti sono classificati in diversi modi secondo proprietà quali il colore, la texture, la composizione o il contenuto. Il nostro software misura tali proprietà utilizzando le tecniche della computer vision, organizzando poi gli artefatti in base a queste misure. Una certa riduzione è comunque inevitabile; ad esempio, se organizziamo 50.000 immagini condivise a Tokyo o Bangkok secondo l’orario del giorno e la media della saturazione del colore, saranno proprio gli schemi del tempo e della saturazione a emergere, mentre altri modelli saranno più difficili da vedere. In ogni caso, piuttosto che produrre una singola visualizzazione di ogni insieme di dati, vengono create visualizzazioni multiple in cui le immagini sono organizzate secondo le loro diverse proprietà, così che ognuna possa rivelare un diverso schema. (…) “Evitare un sommario riduttivo” vuol dire essere interessati unicamente alle differenze tra i vari artefatti evitando ogni tipo di riduzione a tutti i costi? A mio parere, postulare l’esistenza di modelli culturali vuol dire ammettere quantomeno un minimo margine di riduzione nell’analisi dei dati. (…) Per questo motivo, un margine di riduzione è in effetti auspicabile, e affermare di poter vedere ogni modello è proprio un modo per praticare questa riduzione. Abbiamo solo bisogno di essere espliciti riguardo a ciò che i nostri modelli rivelano e su ciò che invece rimane invisibile. Così, se si vuole definire l’Analitica Culturale come analisi e visualizzazione dei modelli culturali su diverse scale, avremo bisogno di precisare immediatamente tale affermazione. Se si vogliono scoprire gli schemi ripetuti negli artefatti e comportamenti culturali, si dovrebbe sempre ricordare che questi vengono presi in considerazione solo per alcuni degli aspetti che compongono questi artefatti e comportamenti. [Per altro, nelle] nostre esperienze percettive quotidiane, riconosciamo costantemente dei modelli comuni. Questo ci permette di formulare giudizi rispetto a ciò che è tipico, inusuale e unico. Tale riconoscimento è a sua volta una forma di riduzione: percepiamo, infatti, che qualcosa rientra nelle categorie familiari di cui abbiamo avuto esperienza, o in nessuna di queste. Ma non ci limitiamo a fare questo. (…) Ciò che ci affascina non sono gli schemi ripetuti, ma i dettagli unici e le loro combinazioni. Non esistono due volti umani uguali, e ci piace guardare queste differenze. L’aspirazione dell’Analitica Culturale (forse utopica) è quella di mappare nel dettaglio e comprendere la piena diversità dei professionisti contemporanei e degli artefatti culturali generati in tutto il mondo dagli utenti, così da focalizzarsi sulle differenze tra i numerosi artefatti e non solo su ciò che questi hanno in comune (ovvero sui modelli condivisi). (L. Manovich, “L’ estetica dell’intelligenza artificiale. Modelli digitali e analitica culturale”)