Vespignani è netto:
Mentre buona parte dell’Occidente veniva travolta dalla prima ondata di COVID, in Estremo Oriente le cose andavano diversamente. Un modello diverso di difesa, infatti, poteva essere imbastito. E lo stavano mostrando in modo chiaro parecchi Paesi asiatici, da Singapore a Taiwan, passando per la Corea del Sud. Lì i decisori e la leadership politica si erano dimostrati assolutamente avversi al rischio. Avevano istituito restrizioni di viaggio e controlli molto stretti, a Taiwan addirittura i primi di gennaio. Quando erano stati osservati i primi casi il passaggio all’azione era stato immediato. E così erano stati creati quelli che si possono definire a buon titolo dei regimi di sorveglianza sanitaria. Una ricerca ossessiva dei casi di COVID attraverso test di massa, tracciamento intensivo dei contatti e isolamento di supporto, in modo da interrompere le catene di trasmissione ai primi cenni di diffusione del virus. Tutto questo supportato in modo massiccio da una comunicazione non equivoca sui pericoli del virus e da un uso delle mascherine estremamente diffuso. Ovviamente c’era un prezzo da pagare, e pure alto: questi Paesi usavano la tecnologia per tracciare e identificare i contatti acquisendo le tracce GPS dei telefoni, i dati delle carte di credito e altri sistemi di check-in elettronico in luoghi ad alto rischio di trasmissione. C’era anche un ricorso importante a centri di isolamento non domestico, mentre chi decideva di restare a casa era monitorato costantemente anche attraverso app di autoquarantena che identificavano e controllavano la posizione degli individui. In altre parole, guerra totale al virus. A spese della privacy. Sono molteplici i motivi che spiegano perché nei Paesi asiatici la popolazione abbia accettato di barattare un’intrusione nella propria sfera privata in cambio della sicurezza. Nelle società più collettiviste, le persone tendono a considerarsi parte di un tessuto sociale più ampio e sono meno inclini a prendere decisioni basate solo sulle preferenze individuali. Bisogna poi considerare l’atteggiamento generale nei confronti delle regole e delle norme sociali imposte, la ricchezza del Paese e le capacità tecnologiche. Infine, molti osservatori hanno suggerito che la cicatrice dell’epidemia di SARS del 2003, ancora relativamente fresca, sia stata un altro elemento determinante nel plasmare l’atteggiamento dei Paesi asiatici verso il COVID. (A. Vespignani, “I piani del nemico. Cos’è e come funziona la scienza delle previsioni in tempo di crisi”)