Economia politica dei dispositivi post-mediali

Eugeni spiega che i

dispositivi visuali digitali [consentono] la produzione, la trasmissione, la visione di e la interazione con immagini fisse e in movimento mediante l’utilizzo di processi di computazione. Li chiamo anche dispositivi postmediali perché, pur agendo all’interno dell’universo dei media, essi mantengono una rete di scambi molto stretti, costanti ed espliciti con realizzazioni e utilizzi extramediali. (…) per analizzare adeguatamente i dispositivi postmediali non è sufficiente coglierne la struttura interna: occorre osservarli lavorare nei contesti in cui essi vengono utilizzati e all’interno dei processi per i quali sono progettati e in relazione ai quali vengono utilizzati, adattati o modificati. (…) Il mio approccio ai dispositivi sarà dunque di tipo ecologico, riguarderà cioè l’utilizzo dei dispositivi nelle interazioni tra gli organismi e il mondo (oikos è il termine greco per indicare l’ambiente, soprattutto quello domestico). Ma c’è di più. Nel momento in cui consentono di gestire l’interazione con il mondo, i dispositivi mobilitano una serie di risorse (che possono essere materiali, energetiche o informazionali), ne guidano gli andamenti e le relazioni reciproche e le assoggettano a una serie di regole e di circuiti prefissati: a una eco-logia si lega immediatamente una eco-nomia (…) il sistema di regole e indicazioni più o meno negoziabili che disciplina i circuiti di spostamento e di scambio di risorse. (…) in particolare, i dispositivi postmediali vedono all’opera tre grandi economie: quella del visuale (la circolazione di immagini), quella della luce (la circolazione di energia luminosa) e quella dell’informazione (la circolazione di dati). [R. Eugeni, “Capitale algoritmico. Cinque dispositivi postmediali (più uno)”]