La dichiara Pasquinelli:
sostengo, al contrario, che il codice interno dell’IA non è costituito dall’imitazione dell’intelligenza biologica, ma dall’intelligenza del lavoro e delle relazioni sociali. Oggi dovrebbe essere evidente che
l'IA è un progetto per catturare la conoscenza espressa attraverso i comportamenti individuali e collettivi e codificarla in modelli algoritmici per automatizzare i compiti più diversi: dal riconoscimento delle immagini e la manipolazione degli oggetti alla traduzione linguistica e al processo decisionale. Come in un tipico effetto dell’ideologia, la “soluzione” all’enigma dell’IA è davanti ai nostri occhi, ma nessuno può vederla – né nessuno vuole. (…) Dalla fine del XX secolo, poi, la gestione del lavoro ha trasformato l’intera società in una “fabbrica digitale” e si è concretizzata nel software dei motori di ricerca, delle mappe online, delle app di messaggistica, dei social network, delle piattaforme di gig-economy, dei servizi di mobilità e, infine, degli algoritmi di intelligenza artificiale, che sono stati sempre più utilizzati per automatizzare tutti i servizi sopra citati. Non è difficile vedere l’IA al giorno d’oggi come un’ulteriore centralizzazione della società digitale e l’orchestrazione della divisione del lavoro in tutta la società. La tesi che la progettazione della computazione e delle “macchine intelligenti” segua lo schema della divisione del lavoro non è eretica, ma riceve conferma dalle teorie fondanti dell’informatica, che hanno ereditato un sottotesto di fantasia coloniale e divisione di classe dall’era industriale. (…) l’automazione del lavoro è stato il fattore chiave, ma questo aspetto è spesso trascurato da una storiografia della tecnologia che privilegia il punto di vista della scienza “dall’alto”. (…) l’IA rappresenta la continuazione delle tecniche di analisi dei dati prima supportate dagli uffici statali, coltivate segretamente dalle agenzie di intelligence e infine consolidate dalle società di Internet in un business planetario di sorveglianza e previsione. (…) L’espressione “intelligenza artificiale” alla fine acquisisce almeno quattro significati in questa discussione: la conoscenza umana della macchina, la conoscenza incarnata dalla progettazione della macchina, i compiti umani automatizzati dalla macchina e la nuova conoscenza del mondo resa possibile dal suo utilizzo. (…) Piuttosto che come un artefatto biomorfo (cioè un artefatto che imita forme di vita), (…) [anche] le reti neurali artificiali [vanno considerate] da una prospettiva diversa e insolita, cioè come una tecnica per la l’auto-organizzazione delle informazioni. Questa ipotesi allinea la loro invenzione con la teoria del lavoro dell’automazione (…) di questo libro. Così come la progettazione delle macchine industriali è emersa dall’imitazione dell’organizzazione del lavoro, allo stesso modo, le reti neurali artificiali (e gli algoritmi di apprendimento automatico in generale) possono essere considerate come macchine che auto-organizzano i loro parametri – il loro design interno – imitando l’organizzazione del mondo esterno. Piuttosto che un “teatro ontologico” dei viventi, (…) gli esperimenti cibernetici di auto-organizzazione sono stati essenzialmente un laboratorio del sociale (M. Pasquinelli, “The Eye of the Master: A Social History of Artificial Intelligence” – traduzione in proprio)