nel decennio successivo (…) l’informatica assorbì le aspirazioni della precedente controcultura, mentre la controcultura stessa rivendicò il potenziale emancipatore delle tecnologie dell’informazione (e alla fine mutò nella cosiddetta cybercultura). La controversa contrapposizione tra autonomia sociale e automazione tecnologica era già presente, seppur sotterranea, nei dibattiti degli anni ’60. I componenti della controcultura, in particolare quelli ispirati alla spiritualità orientale, svilupparono un’attrazione ingenua per la cibernetica (…) In cibernetica, l’autonomia è stata definita come la capacità di un sistema tecnico di agenti multipli di trovare una nuova organizzazione ed equilibrio in relazione a input esterni, vale a dire, la capacità di adattarsi all’ambiente (…) i diversi progetti di automazione dopo la seconda guerra mondiale erano un modo per governare le forze sociali in via di sviluppo, cioè per organizzare una “rivoluzione di controllo” (…) contro una società più ribelle. Non è un caso che, almeno nel Nord del mondo, gli studenti e i programmatori informatici si siano trasformati in una nuova soggettività politica simile al movimento operaio industriale, data un’economia globale sempre più dipendente dall’informazione, dalla conoscenza e dalla scienza come motori economici chiave (…) [Penso che] il progetto dell’IA non sia mai stato veramente biomorfico (con l’obiettivo di imitare l’intelligenza naturale, come accennato in precedenza) ma implicitamente sociomorfico – con l’obiettivo di codificare le forme di cooperazione sociale e di intelligenza collettiva al fine di controllarle. Il destino dell’automazione dell’intelligenza non può essere visto come separato dalla spinta politica verso l’autonomia: è stata in ultima analisi l’auto-organizzazione della mente sociale a dare forma e slancio al progetto dell’IA (M. Pasquinelli, “The Eye of the Master: A Social History of Artificial Intelligence” – traduzione in proprio)