Riprendendo Kuhn, Huyskes definisce in questo modo le
tecnologie che, per come le abbiamo sempre studiate, plasmano cambi di paradigma e nuovi ordini sociali. La rivoluzione, incarnata da specifiche scienze e tecnologie, è ciò che consente la transizione da un paradigma all’altro, ciò che sovverte intere visioni del mondo. Da sempre studiamo le rivoluzioni industriali come eventi caratterizzati dall’installazione di singole nuove tecnologie che in modo creativo distruggono il vecchio per lasciare spazio al nuovo. Ma cosa le accomuna? Siamo abituati a pensare che i cambi di paradigma di cui parlava Kuhn corrispondano a delle invenzioni dirompenti e inevitabili, proposte da alcuni individui particolarmente capaci. Ma è davvero così? (…) A partire dagli anni settanta, un’intera tradizione di studiosi ha iniziato a contestare l’intero assetto che vedeva la tecnologia e la scienza come singole opere rivoluzionarie e inevitabili da attribuire alternativamente a «grandi inventori» o alla tecnologia in sé. Per la prima volta nella storia, un grande movimento teorico e culturale attaccava il determinismo tecnologico, il paradigma dominante per interpretare il rapporto tra tecnologia e società, e secondo il quale l’innovazione segue processi estremamente lineari di invenzione, progettazione e applicazione grazie ai quali le società evolvono e si sviluppano. (…) nessuna tecnologia è inevitabile, ma piuttosto il risultato di precise strade intraprese e arricchite da conflitti, compromessi e diverse distribuzioni del potere tra i gruppi sociali che noi, utenti finali, ci siamo abituati a dare completamente per scontati. (…) L’etimologia della parola «rivoluzione», però, indica piuttosto un rivolgimento, un ritorno, e permette di riflettere sulla doppia valenza del cambiamento dovuto all’innovazione: chi va avanti, e chi ritorna indietro? (…). La società inchiodava continuamente le donne a essere il secondo sesso, e le tecnologie contribuivano a ingabbiarle tra la cucina e la lavanderia. Le tecnologie domestiche promettevano di liberarle dal lavoro di cura, garantendo più libertà fuori dall’orario di lavoro o almeno una riduzione del carico «meccanico» legato a diverse mansioni domestiche. In realtà, la loro introduzione peggiorava la condizione femminile, abituando la società a più alti standard di pulizia e riducendo ulteriormente il carico solo per gli uomini, mentre le donne si ritrovavano sempre più affaticate ma in case iper-meccanicizzate. (..) Dalla scoperta dell’ereditarietà genetica a quella della bomba atomica, passando per la pillola anticoncezionale, internet, i big data e fino ad arrivare all’automazione delle decisioni umane, ognuna di queste tecnologie è stata l’occasione per promettere o rivendicare una rivoluzione. Ma alle rivoluzioni e al progresso non corrisponde necessariamente un miglioramento sociale. Nel corso della storia, le frizioni e contingenze storiche, politiche, sociali hanno portato alla costruzione di determinate tecnologie in un certo modo, non perché fosse l’unico possibile ma per il coinvolgimento dei gruppi sociali che hanno partecipato (o viceversa sono stati esclusi) dallo sviluppo di quelle tecnologie – dalla loro progettazione fino alla loro diffusione nella società. Anzi: attraverso la storia della tecnologia possiamo ripercorrere la storia di chi viene sistematicamente escluso, le esperienze dei gruppi sociali che vengono ricorsivamente spinti ai margini e la cui oppressione viene oggi codificata per essere sempre più invisibile, penetrante e deresponsabilizzata attraverso nuove e sempre più sofisticate tecniche.
(D. Huyskes, “Tecnologia della rivoluzione. Progresso e battaglie sociali dal microonde all’intelligenza artificiale”)