Bellos e Montagu sono molto netti:
a nessuno è mai venuto in mente di fare campagna per una distribuzione più equa del diritto d’autore. Il motivo è che il diritto d’autore e i suoi diritti gemelli relativi a brevetti, disegni industriali, marchi registrati e tutto quanto inerisce lo sfruttamento economico della propria immagine e personalità (noti collettivamente come «proprietà intellettuale») danno al singolo il diritto esclusivo a una rendita conosciuta col nome d’epoca royalty e derivata dall’utilizzo o dalla fruizione di un’opera, di un dispositivo, di un servizio o di un’immagine da parte di molti altri. Come si potrebbero distribuire più equamente rendite di questo tipo? Il loro obiettivo è proprio quello di creare disuguaglianza fra il singolo autore e la comunità dei molti altri, fra chi «possiede» e chi «fruisce di» testi, immagini, invenzioni, nomi e marchi – fra i detentori di diritti e tutti noi. Finché i beneficiari di questo sistema erano beniamini come Charles Dickens e Victor Hugo, la cosa poteva sembrare innocua anche ai più accaniti sostenitori dell’egualitarismo. Erano pochi, erano geniali, erano (per la maggior parte, almeno) anche loro progressisti. Nessuno ce l’aveva con Thackeray per gli introiti ricavati dalla Fiera della vanità o con Picasso per la ricchezza accumulata con la sua arte. Ma le cose non stanno più così.Oggi gran parte dei diritti d’autore con un qualche valore commerciale non appartiene agli artisti, ma ad aziende. Aziende quasi sempre enormi, come quella che ha comprato il catalogo di Springsteen. Se andate a controllare, scoprirete che appartengono a una manciata di società di grandissime dimensioni. I contenziosi sui diritti d’autore, al giorno d’oggi, non nascono più fra i soggetti dell’attività creativa e i pirati, ma fra multinazionali che cercano di accaparrarsi una fonte di rendita. La lingua di queste battaglie legali è rimasta per lo più la stessa di trecento anni fa, ma la posta in gioco è cambiata. Ormai, questi costosi processi servono quasi solo a regolare l’equilibrio di potere fra i colossi finanziari, che si fanno pagare diritti di licenza pluridecennali per i prodotti dell’ingegno altrui. (…= Nonostante la sua enorme estensione e il livello labirintico dei suoi dettagli, la legge sul diritto d’autore non è giurisprudenza consolidata, e la sua storia fa pensare che non dovremmo consentirne il consolidamento senza un’energica discussione pubblica. In caso contrario, un esiguo numero di grandi aziende finirà per possedere tutto (…) Il diritto d’autore, da principio, prometteva di dare il controllo di poche categorie di opere agli autori stessi. Ma nel passaggio dall’economia agricola a quella industriale e poi all’era dell’informazione, il valore dei beni intangibili è giunto a eclissare quello della terra, delle fabbriche, delle macchine e di ogni altra ricchezza materiale. Come risultato, le poche multinazionali che detengono il controllo di gran parte delle proprietà intellettuali di qualche pregio dominano la scena mondiale come fossero i baroni del xxi secolo. Al giorno d’oggi, sei delle più grandi aziende del globo – Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta e Disney, ognuna con una valutazione del capitale più alta del pil di molti Paesi – sono costituite quasi interamente dalla proprietà e dal controllo di materiale protetto da copyright, in parte sotto forma di contenuti quali film e canzoni (Disney, Amazon), in parte come registrazione di progetti e brevetti (Apple e Microsoft) e per lo più sotto forma di software per computer (Alphabet, Meta). L’impero della proprietà intellettuale è il dominio feudale del nostro tempo. (D. Bellos – A. Montagu; “Il capitalismo della creatività. Passato, presente e futuro del diritto d’autore”)