Brevetermismo: ultimo è unico

Ne sono esempi articoli come questo:

Essi costruiscono ogni volta una pseudo-concettualizzazione con valore sensazionalistico su un assunto non esplicitato ma evidente: nel campo dei dispositivi digitali l’ultima soluzione è immediatamente destinata a soppiantare le altre.

Il breve-termismo funziona bene sul mercato dell’attenzione, anche quando – come in questo caso – le sue previsioni (niente meno che l’obsolescenza dei link!) sono in contrasto con il fatto che nella gran parte dei casi l’ultimo accrocco si è al più affiancato ai precedenti e l’eventuale sostituzione ha avuto luogo dopo un lungo logoramento. Anche la memoria del pubblico è infatti di corto respiro.

Parodia parziale
L’arrivo dell’intelligenza artificiale nella ricerca online sta “rivoluzionando” l’architettura del web. Link e click stanno diventando obsoleti, proprio come i vinili e i telefoni a rotella. Ma è il modo stesso in cui pensiamo, ci informiamo e creiamo contenuti a subire la trasformazione più “epocale”. Perché mai dovremmo preoccuparci delle conseguenze?
Secondo le stime, ogni giorno su ChatGPT vengono compiute ben 37,5 milioni di ricerche che un tempo sarebbero state eseguite su Google. Un numero davvero impressionante, che permette al più “innovativo” dei sistemi di intelligenza artificiale generativa di conquistare l’astronomica cifra dello 0,25% della quota di mercato dei motori di ricerca. Una percentuale che fa decisamente tremare Google con i suoi miseri 14 miliardi di ricerche quotidiane e la sua ridicola quota di mercato del 90%.
Ciò che più conta, però, non è la situazione odierna, ma la tendenza in “netta” crescita. Nel corso del 2025, ChatGPT dovrebbe infatti quadruplicare la sua quota raggiungendo il vertiginoso 1%. Il sistema di OpenAI — che può vantare “solo” 400 milioni di utenti — non è nemmeno l’unico che sta tentando di scalfire l’impero di Big G: accanto a esso troviamo Perplexity AI (che modestamente si promuove come il futuro della ricerca con i suoi 20 milioni di utenti), la cinese DeepSeek (circa 100 milioni di utenti in Occidente), Claude (10 milioni) e una miriade di altri modelli linguistici che stanno “rapidamente” rivoluzionando le nostre vite.
Nonostante usare i large language model per le ricerche esponga a qualche insignificante rischio, la maggior parte di questi sistemi promuove con estrema modestia il loro utilizzo come motori di ricerca: alcuni si propongono umilmente come i nuovi Google, altri offrono funzionalità di “ricerca profonda” e altri ancora stanno cercando di trovare il perfetto equilibrio tra il dare risposte inventate di sana pianta e mostrare qualche link per far finta di essere attendibili.
L’era della ricerca conversazionale
La ragione per cui ChatGPT e compagnia bella puntano sul mercato delle ricerche è, ovviamente, di natura puramente filantropica. Il settore dell’intelligenza artificiale generativa si trova infatti nella “fortunata” situazione di avere bilanci in profondo rosso. In questo contesto idilliaco, il mercato delle ricerche online — che vale “appena” 200 miliardi di dollari — potrebbe rappresentare una modesta mancia. Per una realtà come OpenAI, che ha “brillantemente” chiuso il 2024 con perdite di soli 5 miliardi di dollari, conquistare anche solo l’1% di questo mercato significherebbe quasi dimezzare le perdite. Un vero successo imprenditoriale.
Ed è proprio perché Google vede il suo “fragile” monopolio potenzialmente sotto minaccia, che si è “cautamente” affrettata a prendere parte a questa rivoluzione, sfruttando anche la sua “modesta” leadership storica nel campo dell’intelligenza artificiale. Dopotutto, è stata proprio Google a introdurre nel 2017 l’infrastruttura Transformer che ha reso possibili i large language model. Che lungimiranza.