Per dare un senso alle pratiche di dati, innovazione digitale eintelligenza artificiale nel settore umanitario, propongo il termine “tecnocolonialismo”. Uso questo termine per riferirmi al modo in cui l’innovazione digitale, i dati e le pratiche di intelligenza artificiale consolidano asimmetrie di potere e generano nuove forme di violenza strutturale e nuove disuguaglianze tra il Sud e il Nord del mondo. Il tecnocolonialismo mette in luce la convergenza degli sviluppi digitali con le strutture umanitarie, il potere statale e le forze di mercato, e la misura in cui questi rinvigoriscono e rielaborano le relazioni coloniali. A supporto della mia analisi, mi baso sulla teoria postcoloniale e decoloniale, nonché su lavori di antropologia sociale, studi critici sulla razza e sulla tradizione radicale nera, che sostiene la persistenza delle strutture coloniali. Poiché i sistemi tecnologici sono sempre più alla base di pratiche umanitarie chiave, mi rivolgo agli studi sulle infrastrutture – un’area interdisciplinare che si ispira a studi scientifici e tecnologici, scienze dell’informazione, antropologia sociale e geografia – per dare un senso alla tecnologia, ai dati e all’intelligenza artificiale come processo di “infrastrutturazione”. I campi degli studi critici sugli algoritmi e sull’intelligenza artificiale influenzano anche la mia comprensione delle tecnologie costitutive che diventano parte dell’ecosistema delle infrastrutture digitali. (M. Madianou, “Technocolonialism: When Technology for Good is Harmful”)