Non dimentichiamo l’economia politica

Fonte: M. Cangiano, “Guerre culturali e neoliberismo”

La tesi di fondo del saggio Guerre culturali e neoliberismo di Mimmo Cangiano sostiene che le correnti battaglie culturali progressiste (note come woke culture, identity politics, politically correct e cancel culture) rischiano di rivelarsi inefficaci e persino funzionali al sistema neoliberista, poiché tendono a separare le giuste rivendicazioni contro l’oppressione identitaria (di genere, razza, orientamento sessuale) dalla necessaria lotta strutturale ed economica contro lo sfruttamento capitalista. L’autore argomenta che, ignorando la matrice materiale in cui si originano le discriminazioni e interpretando il potere come una forza puramente “culturale”, i movimenti progressisti finiscono per essere inglobati in un sistema di mercato capace di mettere a profitto l’inclusione, la diversità e l’individualismo. Per scardinare l’oppressione, è necessario che i movimenti marginalizzati riconoscano la loro posizione oggettiva all’interno del sistema produttivo, riunificando la lotta per le differenze all’interno del concetto universale di “classe” lavoratrice.

Per sostenere questa tesi, l’autore sviluppa una serie di argomenti a supporto:

  • La critica al “culturalismo” e l’oblio dell’economia: La sinistra contemporanea ha progressivamente abbandonato la critica al sistema di produzione per concentrarsi quasi esclusivamente sulla sovrastruttura ideologica, linguistica e simbolica. Questo “culturalismo” crea l’illusione che si possa eliminare il razzismo o il sessismo modificando semplicemente l’atteggiamento interiore o il linguaggio, perdendo di vista il fatto che le discriminazioni sono radicate nei processi materiali e nello sfruttamento economico volti ad abbassare il costo del lavoro.
  • La mercificazione della differenza e l’adattabilità del capitale: Il capitalismo non possiede una logica ideologica fissa o moralmente rigida, ma è mosso dalla ragione strumentale e dalla massimizzazione del profitto. Di conseguenza, il neoliberismo moderno può dismettere senza problemi il sessismo o il razzismo tradizionali per farsi portatore di un volto “progressista” e inclusivo (es. diversity management, rainbow-washing) quando questo apre nuovi mercati o aumenta i consumi. Celebrando la frammentazione e l’ibridazione, le guerre culturali finiscono inconsapevolmente per mimare le stesse parole d’ordine (flessibilità, mobilità, fluidità) della gestione post-fordista del lavoro.
  • Le radici nella “French Theory” e l’essenzialismo di ritorno: L’impianto teorico di queste battaglie deriva dalla ricezione accademica americana del post-strutturalismo francese (French Theory) e dai successivi Studies (Postcolonial, Gender, Whiteness Studies). Queste correnti hanno identificato il potere interamente con la presunta spinta monologica, oggettivante e universale del pensiero occidentale e maschile. Ne deriva un pericoloso “essenzialismo di ritorno”, in cui tutto ciò che è fluido, “marginale” e frammentario diventa di per sé una forza di opposizione “buona”, ignorando che lo stesso capitale distrugge sistematicamente vecchie credenze e norme rigide per imporre l’universalismo nichilista dello scambio e del mercato.
  • Le Identity Politics e la competizione tra “vittime”: Sostituendo la classe con l’appartenenza identitaria (“chi sono” invece di “cosa faccio nel sistema produttivo”), si scinde e si balcanizza il fronte dei subalterni. La lotta politica si trasforma in un vero e proprio darwinismo sociale, una gara competitiva basata sullo statuto di “vittima” in cui i diversi gruppi si scontrano per ottenere attenzioni e posizionamenti all’interno del mercato e delle istituzioni. In questo quadro, la stessa classe lavoratrice tradizionale viene spesso disprezzata dall’élite intellettuale con l’accusa di essere ignorante, retrograda e razzista, mascherando così un profondo disprezzo di classe dietro presunte motivazioni etiche.
  • La privatizzazione dell’etica e il ripiegamento sull’io: Davanti alla frustrazione per un sistema macro-economico che appare inscalfibile (there is no alternative), l’impegno rivoluzionario viene declassato a pratica di igiene personale e morale individuale (“the revolution starts in your mind“). Ne derivano pratiche di controllo linguistico e di tutela dei propri sentimenti personali (safetyism o “sicurezza emotiva”) che si traducono in regole disciplinanti e narcisismo etico. Questa iper-attenzione all’Io come unica misura dell’impegno politico rispecchia perfettamente l’individualismo imprenditoriale richiesto dal neoliberismo.
  • La necessità di riconnettersi alla totalità e alla Classe: La soluzione teorizzata dall’autore per evitare la trappola liberale è ritornare al materialismo storico, dove la “classe” non è una semplice identità in mezzo alle altre, ma è la posizione oggettiva che gli esseri umani occupano rispetto allo sfruttamento e alla creazione del profitto. Le minoranze non dovrebbero considerarsi un “margine” della società da integrare, ma il cuore stesso dello sfruttamento capitalista. Solo ricomprendendo la lotta contro l’oppressione di genere o razza all’interno della totalità dello scontro di classe, le lotte intersezionali possono colpire al cuore non solo le discriminazioni socio-culturali, ma anche la disuguaglianza materiale che le foraggia.