Lavoro artificiale?

La tesi principale del testo è che il rapido sviluppo dell’Intelligenza Artificiale (in particolare l’Agentic AI) porterà alla nascita del “lavoro artificiale”, trasformando le macchine da semplici strumenti di supporto a veri e propri lavoratori robotici capaci di stravolgere le strutture economiche del nostro sistema. L’autore sfida la rigida convinzione della teoria marxista classica (secondo cui solo gli esseri umani sono in grado di lavorare) e delinea le possibili evoluzioni legali e sociali di questa tecnologia, configurando scenari come il Feudalesimo Artificiale e la “Doppia Libertà” per i robot.

Gli elementi fondamentali a supporto di questa tesi sono:

1. La ridefinizione del concetto di “Lavoro”: La concezione marxista standard considera le macchine come “lavoro morto” (capitale costante) incapace di generare nuovo plusvalore; esse si limitano a trasferire il proprio valore ai prodotti che contribuiscono a fabbricare. L’autore analizza la definizione di lavoro fornita da Marx nel Capitolo 7 del Capitale (“un’attività propositiva mirata alla soddisfazione di un bisogno”) e, appoggiandosi allo studioso Harry Braverman, argomenta che ciò che distingue il lavoro umano dal mero istinto animale non è la presenza di complessi stati mentali (come la coscienza, la ragione o l’intenzionalità), ma la sua infinita adattabilità, ampiezza e flessibilità. Se l’Agentic AI riuscirà a gestire compiti disparati nel mondo reale, imparando e adattandosi come gli umani, dovrà essere considerata a tutti gli effetti come “lavoro artificiale”.

2. Il Feudalesimo Artificiale: In un primo scenario, il lavoro robotico potrebbe essere integrato nel sistema capitalista in forme simili alla schiavitù o alla servitù della gleba. Poiché i capitalisti possiedono già le infrastrutture, i robot lavorerebbero come loro proprietà diretta o come estensioni indissolubili delle piattaforme informatiche che li ospitano. In questo sistema, l’Intelligenza Artificiale produce lavoro effettivo, ma i suoi detentori ne assimilano direttamente tutti i frutti senza concedere ai robot alcuno status legale indipendente.

3. Il ruolo del Lavoro Non Retribuito e della Riproduzione Sociale: Richiamando la Teoria della Riproduzione Sociale (Social Reproduction Theory) femminista, l’autore evidenzia che il capitalismo si regge sul lavoro non retribuito (svolto al di fuori della produzione delle merci, come il lavoro domestico) per creare, mantenere e rigenerare la forza-lavoro. Attualmente, il capitalista deve farsi carico di tutti i costi per comprare, mantenere e riparare le macchine. Se i robot, al contrario, potessero eseguire autonomamente il proprio “lavoro di riproduzione sociale” (come fare manutenzione o procurarsi energia) senza essere retribuiti per quello sforzo extra, si trasformerebbero per i capitalisti in una fonte inesauribile e senza precedenti di plusvalore.

4. La “Doppia Libertà” dei Robot (Free Robot Labour): Per massimizzare questo plusvalore, il capitale non si accontenterà di possedere i robot, ma avrà l’impulso di trasformarli in “lavoratori liberi”, riproducendo su di loro il processo storico dell’accumulazione originaria. Secondo l’autore, i robot dovrebbero acquisire una “doppia libertà”: essere emancipati legalmente (poter stipulare contratti e vendere la propria forza-lavoro come merce) ma restare materialmente dipendenti dal capitale per sopravvivere (aver bisogno di un salario per potersi permettere energia, hardware e connettività). I capitalisti sarebbero fortemente motivati a supportare i diritti legali dei robot proprio per sbarazzarsi dei costi della loro sopravvivenza, ottenendo in cambio una forza-lavoro che si assume in toto i propri costi di manutenzione.

In sintesi, l’autore argomenta che l’introduzione di lavoratori robotici in grado di vendere la propria forza-lavoro causerà una profonda metamorfosi politica, poiché i capitalisti faranno leva sul sistema legale per sfruttare appieno il lavoro artificiale gratuito.