Requerimiento di Google

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Da buon conquistatore, anche Google ha – secondo Shoshana Zuboff – la propria dichiarazione per la costruzione di una realtà coloniale di sfruttamento delle risorse:

– Rivendichiamo l’esperienza umana come una materia prima di cui impossessarsi liberamente. Sulla base di questa rivendicazione, ignoriamo ogni considerazione dei diritti, degli interessi, della consapevolezza e della comprensione degli individui.

– Sulla base della nostra rivendicazione, affermiamo il diritto di impossessarci dell’esperienza di un individuo per trasformarla in dati comportamentali.

– Tale nostro diritto, basato sulla nostra rivendicazione delle materie prime gratuite, ci conferisce il diritto di essere proprietari dei dati comportamentali derivati dall’esperienza umana.

– Il nostro diritto di impossessarci di tali dati ci conferisce il diritto di conoscere quel che essi rivelano.

– Il nostro diritto di impossessarci di tali dati e di conoscere quel che essi rivelano ci conferisce il diritto di decidere come usare la nostra conoscenza.

– Il nostro diritto di impossessarci di tali dati, conoscere quel che essi rivelano e decidere come usare la nostra conoscenza ci conferisce il diritto di stabilire le condizioni che salvaguardano il nostro diritto di impossessarci di tali dati, conoscere quel che essi rivelano e di decidere come usare la nostra conoscenza.

Sui rapporti tra i processi di colonizzazione e la costruzione dell’immaginario conoscitivo e interpretativo, sono illuminanti le riflessioni di Graeber e Wengrow sul “ragionamento agricolo” come giustificazione legale per

 

(…) derubare persone che avevano già la sfortuna di vivere in territori ambiti dai coloni europei. (…) i giuristi del XIX secolo denominarono [così] (…)un principio capace di svolgere un ruolo fondamentale nella dislocazione di migliaia di indigeni dalle terre ancestrali in Australia, Nuova Zelanda, nell’Africa subsahariana e nelle Americhe. Processo, questo, di solito accompagnato dallo stupro, dalla tortura e dalla strage di esseri umani, e spesso dalla distruzione di intere civiltà.
L’appropriazione coloniale delle terre indigene cominciava non di rado con un’affermazione generale secondo cui, in realtà, i foraggiatori vivevano in uno stato di natura, cioè erano considerati parte della terra, ma non avevano il diritto legale di rivendicarla. L’intera base dell’espropriazione, a sua volta, si fondava sull’idea che gli abitanti di quelle terre non stessero davvero lavorando. Questa argomentazione risale al Secondo trattato sul governo (1690) di John Locke, dove l’autore dichiara che i diritti di proprietà derivano necessariamente dal lavoro. Coltivando la terra, «si mescola il proprio lavoro» a essa; in questo modo, la terra diventa, in un certo senso, un’estensione di sé. I nativi pigri, secondo i discepoli di Locke, non facevano nulla del genere. Non erano, affermavano i lockeani, «possidenti animati dal desiderio di migliorare la situazione», bensì sfruttavano la terra per soddisfare le proprie esigenze fondamentali con uno sforzo minimo. James Tully, un’autorità sui diritti indigeni, spiega le implicazioni storiche di questo ragionamento. La terra usata per la caccia e la raccolta era considerata vuota, e «se gli aborigeni cercano di imporre agli europei le loro leggi e consuetudini, o di difendere i territori che erroneamente considerano loro proprietà da millenni, allora sono loro a violare il diritto naturale e possono essere puniti o “distrutti” come belve selvatiche». Analogamente, lo stereotipo del nativo pigro e spensierato, che vive una vita priva di ambizioni materiali, fu utilizzato da migliaia di conquistatori europei, sovrintendenti di piantagioni e funzionari coloniali in Asia, Africa, America latina e Oceania come pretesto per l’uso del terrorismo burocratico finalizzato a costringere le popolazioni locali a lavorare: ogni cosa era lecita, dalla schiavizzazione vera e propria ai regimi fiscali punitivi, dalla corvée al peonaggio.
Come gli esperti legali indigeni sostengono da anni, il «ragionamento agricolo» non sta in piedi, nemmeno se esaminato da solo. Ci sono molti modi, oltre all’agricoltura di stampo europeo, per curare e migliorare la produttività delle terre. Quello che agli occhi del colonizzatore sembrava un deserto inospitale e incontaminato si rivelava, di solito, un paesaggio attivamente gestito per millenni da popolazioni indigene, che ricorrevano agli incendi controllati, alla sarchiatura, alla piantatura di boschi cedui, alla fertilizzazione e alla potatura, nonché al terrazzamento di appezzamenti estuarini per ampliare l’habitat di particolari specie di flora selvatica, alla costruzione di vivai di vongole nelle zone intertidali per incoraggiare la riproduzione di questi molluschi, alla creazione di dighe per catturare salmoni, pesci persici e storioni eccetera. Le procedure di questo genere, spesso ad alta intensità di manodopera, erano regolamentate da leggi indigene che stabilivano chi potesse accedere a boschetti, paludi, orti rialzati, terreni erbosi e vivai, e chi avesse il diritto di sfruttare determinate specie in un dato periodo dell’anno. In alcune parti dell’Australia, queste tecniche indigene di gestione fondiaria erano tali che, secondo un recente studio, dovremmo smettere di parlare di «foraggiamento» e pensare invece a un diverso tipo di agricoltura.
Forse queste società non riconoscevano i diritti di proprietà nello stesso senso del diritto romano o del common law inglese, ma è assurdo affermare che non ne avevano. Semplicemente avevano una diversa concezione di proprietà.

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