Cooptazione dei riot e contro-logistica

Affermano Nick Dyer-Witheford, Jaime Brenes Reyes e Michelle Liu in Logistica delle rivolte:

(…) il potere statale ha affinato una strategia più sottile per affrontare le proteste del 2018-19: la cooptazione. Nel mercato mondiale, la soppressione da parte dello Stato delle popolazioni resilienti si intreccia con dinamiche geopolitiche e competizioni per il predominio. I riot del 2018-19 sono stati così coinvolti in guerre fredde inter-capitalistiche, tra Stati Uniti e Cina, Russia e Iran, e altre alleanze rivali: guerre fredde combattute in parte attraverso la propaganda digitale, psy-ops [guerra psicologica -NdR] e hacking. I governi hanno spesso dipinto le proteste in patria come prodotti di sedizione esterna, mentre essi stessi incitavano le proteste negli Stati dei concorrenti che non avrebbero mai tollerato sul loro territorio: una dinamica oscura che generava rumors che finivano per riprodursi con una vita propria.
Le ingerenze russe nelle elezioni statunitensi del 2016 includevano ad esempio la diffusione di fasulli meme virtuali del movimento Black Lives Matter, così come messaggi di astro-turfing anti-immigrati e islamofobici, in una “strategia della tensione” che esacerbava gli antagonismi interni. Su questa scia, gli oppositori dei Gilets Jaunes promuovevano accuse secondo cui le loro proteste fossero eterodirette dalla stessa Russia. In un processo inverso, il governo cinese e quello iraniano hanno dipinto le rivolte sociali interne come eterodirette dagli Stati Uniti, promotori delle “rivoluzioni colorate”, mentre in Libano le “Twitter storm” si sono spesso scatenate contro “influencer stranieri” provenienti, alternativamente, dall’Iran o dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita.
Questo florilegio di accuse non si sono sempre rivelate del tutto infondate. Alcuni manifestanti di Hong Kong hanno corroborato la loro rappresentazione da parte della Cina con lo sventolio delle bandiere degli Stati Uniti e gli appelli a Trump; gli Stati Uniti hanno riconosciuto apertamente gli aiuti alle ribellioni iraniane, soprattutto per eludere la censura su Internet; e in Libano le reti di manifestanti brulicano di influencer e bot impegnati in più ampi scontri di potere nell’intera area mediorientale.
Cionondimeno, questa serie di supporti provenienti dall’esterno non è certo sufficiente a spiegare la portata e la persistenza delle proteste. Le apprensioni per un coinvolgimento straniero, nella fattispecie informatico, sono al tempo stesso immaginarie e reali, in quanto i disordini hanno evidentemente cause esogene ed endogene.
Alcuni dei soggetti coinvolti nelle mobilitazioni si rifanno alla logica che potremmo identificare come “il nemico del mio nemico è mio amico”, o quella del “minore dei due mali”. C’è quindi la costante possibilità che la contro-logistica delle piattaforme dei riot diventi a sua volta parte della logistica di blocchi tra loro concorrenti del capitale globale e delle formazioni statuali ad essi associate. L’arte della guerra insegna.

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