Robot: non basta il solo Asimov

Ricaviamo da Aloisi e De Stefano:

un robot è un sistema fisico intelligente, dotato di sensori e attuatori.
Contiene componenti di intelligenza artificiale, connessi a software e sistemi in grado di apprendere, a cui è delegata l’attività di processare informazioni e sviluppare forme anche avanzate di ragionamento.
(…) un robot siffatto è estremamente versatile, capace di prendere decisioni autonome senza l’intervento di un operatore umano. Utilizza sistemi di archiviazione online, localizzati in server a distanza, i quali contengono dati ottenuti anche attraverso i sensori dello stesso robot. Ciò comporta la possibilità di rendere le esperienze “percettive” (inclusi i movimenti in spazi non strutturati e non conosciuti) condivise e condivisibili tra diversi apparecchi, il tutto in tempo reale.

(…) le macchine al servizio del lavoro sono catalogabili in tre categorie.
(…) [il] robot industriale “erculeo”, concepito per operare all’interno dell’azienda in uno spazio distinto da quello in cui si muovono i lavoratori in carne e ossa (sostanzialmente una macchina in gabbia), accessibile solo in casi eccezionali per gli interventi di aggiornamento o manutenzione.
(…) [i] “cobot aziendali”, cioè “robot collaborativi”, disegnati per funzionare in un contesto aperto e, con le dovute accortezze, a diretto e continuo contatto con il personale che si presume debitamente formato e provvisto di idonei dispositivi di sicurezza.
(…) [il] robot assegnato al lavoratore come dotazione aziendale e, perciò, deputato a una interazione continua con l’uomo anche all’esterno dell’azienda, proprio in ragione delle sue funzionalità promiscue.

(…) Sono diventati virali negli ultimi anni i brevi video prodotti da società come Boston Dynamics che riprendono le capriole e gli slanci di alcuni umanoidi impegnati in luoghi ostili e complessi come magazzini e boschi.
Uno dei gioielli di laboratorio, Atlas, è persino in grado di allenarsi in palestra (…)

Ci si è (…) chiesti se a un robot possano essere attribuiti diritti e doveri, e se l’intelligenza artificiale sia paragonabile alla coscienza umana. (…) nel 2016 con una bozza di rapporto e nel 2017 con una vera e propria risoluzione, il Parlamento europeo ha invitato la Commissione a esplorare, esaminare e valutare le implicazioni di diverse soluzioni giuridiche.

Il testo elenca una serie di prevedibili ipotesi:
– l’istituzione di un regime assicurativo obbligatorio a coprire i robot, simile a quello valido oggi per le automobili;
– la costituzione di un fondo di risarcimento;
– la definizione di una responsabilità limitata a beneficio di produttore, programmatore, proprietario o utente in caso di costituzione di un fondo di risarcimento;
– la previsione di un numero d’immatricolazione individuale.
Cosa ancor più clamorosa, il Parlamento ha ipotizzato «l’istituzione di uno status giuridico specifico per i robot, di modo che almeno i robot autonomi più sofisticati possano essere considerati come persone elettroniche responsabili di risarcire qualsiasi danno da loro causato, nonché eventualmente il riconoscimento della personalità elettronica dei robot che prendono decisioni autonome o che interagiscono in modo indipendente con terzi».
La risoluzione offre alle istituzioni europee una primissima definizione di questa aristocrazia cibernetica, basata su cinque caratteristiche principali:
– l’ottenimento di autonomia grazie a sensori e/o mediante lo scambio di dati con il suo ambiente (interconnettività) e l’analisi di tali dati;
– l’autoapprendimento dall’esperienza e attraverso l’interazione (cognizione);
– almeno un supporto fisico minore (fisicità);
– l’adattamento del proprio comportamento e delle proprie azioni all’ambiente circostante (percezione);
– l’assenza di vita in termini biologici (abiologicità). Il testo sembra quindi disegnare una catena di comportamenti autonomi, funzionale alla verifica successiva dei processi decisionali automatizzati.
Il rapporto non si spinge ad equiparare i robot agli esseri umani quanto a diritti e doveri. È interessante tuttavia notare come il relatore del documento, in uno scambio con la rivista «The Verge», abbia proposto un parallelo tra «personalità elettronica» e «personalità giuridica», da tempo riconosciuta alle società di capitali per evitare una confusione patrimoniale che porti all’aggressione delle risorse personali dei soci.
(…) è (…) necessario considerare tutte le implicazioni di questa rivoluzione sociolegale.
Al di là degli interrogativi sulle abilità di questi prodotti, ci sono questioni complesse che oggi restano aperte, e le cui radici vanno indietro di secoli – non ce ne voglia Sophia. La personalità giuridica si è rivelata cruciale per lo sviluppo economico, dacché ha consentito di separare i beni personali degli investitori da quelli delle società di capitali. (…). Ciononostante, questo strumento è stato anche usato in modo abusivo per schivare le responsabilità in diversi campi, compresi quello ambientale e quello sociale.
Sul fronte del diritto del lavoro e di quello delle relazioni industriali, la personalità giuridica è anche stata utilizzata per frammentare la figura del datore di lavoro in un nugolo di entità e veicoli giuridici creati alla bisogna. Il risultato è stato la parcellizzazione delle unità negoziali – talvolta in vere e proprie scatole cinesi – e quindi l’innalzamento di barriere che hanno limitato la possibilità di negoziare condizioni contrattuali più sostenibili per i lavoratori. La storia recente ha inoltre presentato diversi casi in cui salute e sicurezza sono state trascurate proprio in ragione di un sistema di deresponsabilizzazione poco limpido.
Il tema è indubbiamente molto affascinante, eppure la concessione della personalità elettronica alle macchine può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Questo escamotage potrebbe offrire ai proprietari delle macchine intelligenti l’opportunità di liberarsi di ogni responsabilità, lasciando le potenziali controparti (partner commerciali, creditori, clienti e dipendenti) senza possibilità di trovare ristoro in caso di danni. (…).
Conferire la personalità elettronica a un oggetto fisico (…) rischia di sovrapporre esseri umani e macchine umanoidi – con tanto di conseguenze imprevedibili in fatto di rispetto della dignità umana delle persone che si trovano a prestare le loro energie, accanto a macchine dotate di diritti, in un contesto di subordinazione in cui sono sottoposti all’autorità dei manager, fisici o immateriali che siano. Il risultato rischia di essere uno stato di perenne alienazione e isolamento, aggravati dalla sensazione di essere semplici «strumenti dotati di parola» (è così che nell’antica Roma si definivano gli schiavi per distinguerli dagli arnesi e dagli animali “semivocali”). Il rischio di mercificazione e disumanizzazione è decisamente sottovalutato.

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