Sfruttamento classico e innovativo

Aloisi e De Stefano chiariscono che:

(…) mentre nel secolo scorso il processo di industrializzazione ha determinato un contro-movimento di de-precarizzazione dell’occupazione grazie a una migrazione verso relazioni più solide e sicure, la rivoluzione in corso ha finora generato una reazione uguale e contraria: le architetture contrattuali tipiche dell’economia delle piattaforme digitali (ma non solo) assumono la forma di rapporti sotto-regolamentati tra un committente e un contrattista “usa e getta” (,,,). Nonostante ciò, in maniera contraddittoria, mentre si interviene legislativamente per smussare le presunte rigidità dei contratti tipici, si denuncia l’incapacità delle categorie giuslavoristiche tradizionali di accogliere moduli organizzativi alternativi. Delle due l’una, allora: o gli interventi flessibilizzanti hanno conseguito risultati minimi, oppure erano stati invocati al solo fine di sbarazzarsi di qualche responsabilità.
Il giuslavorista Antonio Lo Faro ha messo in fila le scelte politiche e collettive che hanno fatto sì che lo stesso rapporto di lavoro “classico” (che è ancora oggi quello prevalente, se si guardano le statistiche) sia stato oggetto di un’azione di assottigliamento delle protezioni accordate ai lavoratori, attraverso interventi che hanno determinato la riduzione delle tutele in caso di licenziamento illegittimo e un’apertura indiscriminata alla contrattazione in deroga.
È evidente, quindi, che quando ci si scaglia contro le tutele del lavoro, propugnando che queste agiscano da freno sull’innovazione, si sbaglia del tutto il bersaglio, e non sempre in buona fede.

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