Metadati, metalinguaggio ed epistemologia

Chiarisce Tagliagambe:

L’oggetto digitale (…) costituisce un’entità, univocamente identificabile, cui sono associate precise convenzioni per dare a esso uno specifico nome, per individuarlo e per assegnargli determinati servizi. Esso è una struttura software i cui due componenti principali sono i dati, ossia la sequenza di bit nei quali l’informazione è trascritta, e, appunto, i metadati, che definiscono uno specifico identificatore globale (per l’intero cyberspazio) per i dati medesimi. I metadati contengono informazioni atte a individuare e a utilizzare secondo opportuni criteri (come protezioni di varia natura) i dati stessi. L’oggetto digitale, pertanto, salda insieme le informazioni relative al linguaggio oggetto e quelle riguardanti il metalinguaggio (…) Per alcuni aspetti l’oggetto digitale può sembrare simile ai cosiddetti «oggetti software», costituiti di dati e metodi. Mentre però un oggetto software è essenzialmente un’entità utilizzata per costruire programmi secondo una metodologia modulare che riporta alla mente il gioco del Lego, un oggetto digitale è invece un’entità più generale, che viene utilizzata per la distribuzione delle informazioni. Ad esempio, un oggetto digitale potrebbe essere costituito di un testo (i dati) i cui diritti d’autore vengono protetti durante eventuali accessi in rete da opportuni servizi (i metadati). La nozione di oggetto digitale, come contenitore che ingloba informazioni protette, consente quindi lo sviluppo di meccanismi efficienti e flessibili per gestire efficientemente e correttamente l’informazione digitale resa disponibile, sia essa un testo, un film, un’immagine o una melodia. Proprio per questa sua caratteristica l’informazione che circola sulla rete è strutturalmente predisposta per consentire di distinguere tra i livelli in cui si articolano il linguaggio e la conoscenza e per porre in modo diretto il problema della relazione reciproca tra di essi. (…) Sulla base di queste relazioni tra il linguaggio oggetto e il metalinguaggio possiamo fare riferimento a quello che possiamo chiamare «lo sguardo epistemologico». Che cos’è l’Epistemologia? Il termine etimologicamente deriva dalle due parole greche ἐπιστήμη (discorso) e λόγος (scienza) e significa dunque, nell’accezione che usualmente ne viene data, «discorso intorno alla scienza». Ma c’è un’altra possibile derivazione etimologica, più interessante nel nostro caso, dal prefisso della lingua greca ἐπὶ (che significa «su» o «sopra») e dal verbo ἴσταμαι (che significa «stare»): in questo modo il termine può essere tradotto letteralmente come uno «stare sopra» o un «sovrastare». A questo significato si ricollega la parola inglese understanding, con la sola differenza che, in questo caso, anziché di uno stare sopra si parla di uno «stare sotto». La versione tedesca di questa facoltà cognitiva, verstehen, è più complessa, in quanto si compone del verbo Stehen, che significa ancora una volta «stare» (in piedi) accompagnato dal prefisso ver-, che porta in sé un senso di allontanamento, di perdita, di cambiamento e di capovolgimento. In tutti e tre i casi i significati convergono nel rimandare, comunque, a un cambiamento di quota e di livello, il quale, sia che avvenga verso l’alto o verso il basso, evidenzia la necessità di discostarsi dalla superficie del discorso per andare giù, in profondità, o innalzarsi a un punto di vista superiore [logico, non gerarchico] (…) Torna così di attualità (…) un sapere di tipo trasversale che è stato sovente sacrificato alle specializzazioni tecniche, amministrative, commerciali ecc. Non che il sapere specialistico non sia importante, ma visto l’attuale ritmo dei processi di innovazione, esso rischia di diventare rapidamente obsoleto e non integrabile con l’esterno. L’evoluzione verso il nuovo è invece possibile se le competenze specialistiche sono accoppiate con una robusta base di competenze generali: che servano a capire, prima che a eseguire; a valutare, prima che a calcolare; a comunicare, prima che a decidere. (…) [A ciò si aggiunge la] possibilità di lavorare in rete, che porta le specializzazioni ad approfondirsi, in quanto diventa possibile scambiare più estesamente e più intensamente la conoscenza posseduta con altri specialisti, in modo che ciascuno possa focalizzarsi sulle sue core competences. Dall’altro lato, invece, la rete rende assolutamente necessaria l’integrazione flessibile, reversibile, di questi specialismi. Bisogna insomma avere la capacità di ricombinare saperi specialistici diversi e di «tornare indietro» da percorsi di specializzazione che, a un certo punto, si rivelano perdenti o superati. (S. Tagliagambe, “Metaverso e gemelli digitali. La nuova alleanza tra reti naturali e artificiali”)