Dall’utopia delle intelligenze condivise al digital divide nella standardizzazione cognitiva

I dispositivi della cosiddetta intelligenza artificiale sono fondati su dataset di apprendimento proprietari, perché

qualcuno ha deciso [di inserire] le macchine computazionali (…) nell’ambiente umano a partire da un’appropriazione che ne ha determinato il modo d’uso, [sulla base di un rapporto gerarchico (…) Al tempo delle macchine “pensanti” la ricerca di un punto di vista personale non avrà più senso. Il punto di vista è quello della macchina o… del suo padrone. Un padrone molto geloso: le sue macchine si pagano non per averle ma per avere il permesso di usarle. Non le possiamo fondamentalmente modificare se non in particolari insignificanti. Non le possiamo copiare, il codice è proprietario ed è inaccessibile. Sino a poco tempo fa molte delle funzioni legate alla rete erano gratuite, almeno all’apparenza. Per monetizzare il loro uso gran parte delle soluzioni si basavano sugli introiti pubblicitari. Su una forma molto evoluta di pubblicità. Una pubblicità non solo che si adattava al cliente ma che lentamente adattava il cliente alla merce. Questa idea di business domina ancora il mercato, ma qualcosa sta cambiando. I browser sono gratuiti ma gli “assistenti personali” si pagano un tot al mese. Non molto ma abbastanza da incidere ancora una volta sul “digital divide”. (G. Pierazzuoli, “Mondo analogico e AI discrete“)