Una delle illusorie corbellerie che innervano in modo evidente le trivializzanti proposte di webinar, corsi e dibattiti a proposito della cosiddetta intelligenza artificiale propagandate sui social business o diffuse con il passa-parola è la sua presentazione/definizione come strumento, didattico o di altro tipo.
Perché è una sciocchezza? Perché si fonda su un’idea profondamente e storicamente errata, ovvero che l’impiego di un dispositivi tecnologici dipenda esclusivamente dalle regole e modalità di uso definite dall’utente.
Questo approccio è discutibile perfino per oggetti che siano autenticamente strumenti, ovvero attrezzi a complementarietà totalmente passiva: sto parlando di un martello che però pongo nelle mani di un individuo, o di un gruppo, o di una classe sociale, in condizioni di schiavitù.
Non sta minimamente in piedi per ciò che è appunto macchina/dispositivo. E quindi ha complementarierà attiva: sussume parti del lavoro (nell’accezione comprensiva delle attività di conoscenza) e configura condizioni, pre-decisioni, vincoli, condizionamenti, procedure, flussi processuali, monitoraggi, feedback, tracciamenti, retro-azioni e così via.
Nei casi richiamati in apertura, siamo pertanto di fronte a offerte di basso profilo, fondate su scarsa stima dei destinatari e su un’idea di consapevolezza e controllo delle variabili in gioco completamente fasulla – o forse ingenua.

Molto più utile approndire gli aspetti epistemologici e ontologici.
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