Eugeni mette in evidenza che
i dispositivi postmediali vedono all’opera tre grandi economie: quella del visuale (la circolazione di immagini), quella della luce (la circolazione di energia luminosa [mercificata]) e quella dell’informazione (la circolazione di dati). (…) Nel corso della modernità otto-novecentesca, e in particolare dagli anni Quaranta dell’Ottocento, l’economia “classica” della luce subisce una torsione decisiva, in quanto viene annessa al campo delle forze elettromagnetiche; deriva di qui, tra l’altro, la produzione della luce elettrica e in genere le tecnologie di scambiabilità tra fotoni ed elettroni. Questo evento implica una decisiva trasformazione nelle relazioni tra l’economia della luce e l’economia del visuale: la luce non coesiste più soltanto con le immagini all’interno dei dispositivi visuali (come accadeva per quadri, affreschi, stampe, ecc.), ma passa a costituire radicalmente le immagini sia nella loro forma foto-cinematografica, sia in quella elettronica (dal radar alla televisione). Dal momento che la luce veniva utilizzata per costituire, organizzare e modulare il mondo sensibile ed esperibile comune, ne deriva che le immagini moderne assumono almeno in parte tale compito, e acquisiscono dunque una particolare valenza politica. Una nuova svolta si profila a partire dalla fine degli anni Cinquanta del Novecento, nel momento in cui l’economia della luce (e quindi a questo punto anche del visuale) si connette a un nuovo tipo di economia instaurata una decina di anni prima: quella dell’informazione, espressa dalla produzione, circolazione, accumulo e manipolazione di dati. Da questa connessione e dalle reciproche interazioni che ne derivano nascono appunto i dispositivi postmediali di cui mi occupo in questo libro; e nasce un nuovo tipo di immagine computazionale, che definirò (per una serie di ragioni che dovrò chiarire) algoritmo. La relazione tra i dispositivi postmediali e gli algoritmi è molto stretta, in quanto gli algoritmi vivono nelle e delle relazioni con gli apparecchi tecnologici che le producono e i soggetti che li utilizzano: essi si possono quindi identificare con i dispositivi postmediali che li producono. Gli algoritmi sono quindi al tempo stesso un nuovo tipo di immagine e un nuovo tipo di dispositivo. [R. Eugeni, “Capitale algoritmico. Cinque dispositivi postmediali (più uno)”]