Eugeni ricostruisce
il visuale passa da una economia produttiva (propria dell’immagine chirografica o a stampa, che crea ex novo delle immagini mediante il lavoro umano) a una economia estrattiva – la quale si basa sulla nuova economia dei flussi elettromagnetici che emerge (…) nella prima metà dell’Ottocento. L’immagine moderna (fotografica, cinematografica, elettronica e televisiva) nasce insomma da una “finanziarizzazione” dell’economia della luce e si basa su una transduzione automatizzata (per quanto evidentemente gestibile a vari livelli) dei flussi luminosi in immagini. Questa “capitalizzazione” del visibile in forme iconiche emerge chiaramente dalla moltiplicazione dei siti e degli strumenti estrattivi: se il cinema lavora sulla moltiplicazione sequenziale delle immagini, la camera multilente, da Lippmann in poi, lavora sulla moltiplicazione sincronica (all’interno cioè di uno stesso punto temporale) dei punti di prensione e ingestione del visibile e della sua trasformazione in visuale. Lo snodo successivo di questa storia muove dalla connessione della economia della luce e del visuale a un terzo tipo di economia: quella dei dati e dell’informazione – in base alla possibilità di trasformare non solo la luce in segnali elettrici continui, ma questi ultimi in dati digitali discontinui. I processi di estrazione del visibile producono a questo punto dei data set variamente manipolabili (sui quali per esempio si possono effettuare ulteriori processi estrattivi, come nel caso del riconoscimento automatico di volti o oggetti): è su queste collezioni di dati che si basano eventuali forme di successiva visualizzazione. Se l’immagine chirografica e tipografica del passato era stata soppiantata dall’immagine foto-cinematografica e da quella elettronica, subentra ora l’immagine computazionale; per una serie di ragioni che chiarirò più avanti, azzardo per questo tipo di immagine il termine di algoritmo. [R. Eugeni, “Capitale algoritmico. Cinque dispositivi postmediali (più uno)”]