Maximo quasi giustifica l’esistenza del libro nel suo insieme:
Rendere udibile la colonialità nel diritto del lavoro non è un compito facile, ma il progetto radicale della decolonialità della conoscenza deve essere amplificato ben al di là di un mormorio teorico. La voce della decolonialità nel diritto del lavoro, con la revisione delle questioni epistemiche che essa comporta, deve farsi sentire ovunque, forte abbastanza da coprire le sirene della modernità coloniale. Forte abbastanza da ricordarci che la regola del mercato non è l’unica a produrre valore; che coloro che svolgono un lavoro produttivo non sono le/gli uniche/i ad aver diritto a un salario minimo; che è necessaria un’espansione ecosistemica del concetto di ambiente di lavoro; che le tecniche di raccolta dati e il biomonitoraggio sul lavoro devono essere oggetto di un’indispensabile riappropriazione; che la contrattazione collettiva deve essere ridefinita; che è giunto il momento di scioperi femministi e intersezionali. Perché non possiamo più riprodurre il tema binario della modernità coloniale. Siamo una polifonia di “corpi al lavoro” ibridi, colorati, di genere, dotati di voci – voci che sicuramente non sono tutte identiche. (F. Maximo, “«Un essere umano al lavoro non può essere ridotto a “risorsa”», in I. Ferreras – J. Battilana – D. Méda, “Il Manifesto del Lavoro. Democratizzare, Demercificare, Disinquinare”)