Varoufakis mette in atto una ricostruzione con un senso e un significato particolari:
l’Internet degli esordi (…) [era] non mercificata (…) [perché] in sintonia con quanto stava accadendo nella più ampia economia statunitense, dominata da una tecnostruttura che disprezzava i liberi mercati e li usurpava per i propri scopi, e in Giappone, che si stava ricostruendo sotto la supervisione degli Stati Uniti secondo le stesse linee guida. In questo contesto globale, non c’era da meravigliarsi che la tecnologia nascente più promettente (…) fosse anch’essa costruita come un bene comune digitale. Anziché affidarsi a quello che era effettivamente un mercato inesistente, la cooperazione in tutto l’Occidente, compreso il Giappone, era il modo più ovvio per costruire la rete digitale di cui il Pentagono aveva bisogno. Nel desiderio di ingaggiare i più brillanti smanettoni informatici di vari paesi, era anche logico progettare Internet in modo tale da massimizzare la comunicazione senza ostacoli tra gli esperti della struttura tecnologica. Un protocollo è un linguaggio attraverso il quale i computer possono trasferire numeri e testi, compresi gli indirizzi dei mittenti e dei destinatari. Chi costruì l’Internet originale decise di adottare protocolli “comuni” o “aperti”, linguaggi che potevano essere utilizzati gratuitamente da chiunque. Internet One – l’Internet originale – fu quindi inventato e gestito da scienziati, docenti e ricercatori militari, che vennero ingaggiati da una pletora di organismi non commerciali in tutti gli Stati Uniti e tra gli alleati occidentali. Grazie alla sua accessibilità e allo spirito di sforzo condiviso, attrasse innumerevoli entusiasti che realizzarono gratuitamente gran parte delle sue fondamenta; alcuni per amore, altri per l’impulso irrefrenabile a essere tra i pionieri che costruivano la prima rete di comunicazione orizzontale, globale e non mediata al mondo. Negli anni settanta (…) tutti gli elementi costitutivi di questo meraviglioso bene comune digitale erano già al loro posto. E lo sono ancora, anche se nascosti adesso sotto i mostruosi edifici eretti sopra di essi dalle Big Tech. In realtà, i resti di Internet One ci sono ancora utili. Anche se lavorano nascosti, sepolti nei nostri computer, non possiamo evitare di intravedere di tanto in tanto i loro acronimi: lettere come TCP/IP, che si riferiscono a un protocollo che i computer usano per inviare e ricevere informazioni. Oppure POP, IMAP e SMTP, i protocolli originali che, tuttora, ci permettono di scambiare email gli uni con gli altri. Oppure, forse il più visibile di tutti, http – il protocollo con il quale visitiamo i siti web. Non paghiamo un centesimo per usare questi protocolli, né subiamo pubblicità come costo indiretto per il loro utilizzo. Come i terreni comuni in Gran Bretagna prima delle enclosures, rimangono liberi di essere utilizzati da tutti; proprio come Wikipedia, uno dei pochi esempi sopravvissuti di un servizio basato sui beni comuni che richiede enormi quantità di lavoro per essere prodotto e mantenuto, ma che nessun proprietario “monetizza”. (Y. Varoufakis, “Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo“)