Attitudine e pedagogia hacker di fronte alla cosiddetta intelligenza artificiale

Milani è netto e illuminante:

[Dobbiamo fare] un tentativo di applicare l’attitudine hacker alla questione dell’IA. Un’attitudine [per altro] si può imparare e insegnare; si assume, non è un fatto naturale, non è per nascita, per censo, per genetica, per investitura. Con hacker intendo un essere umano che, nelle sue azioni concrete, mira a ridurre l’alienazione tecnica. (…) [Inoltre dobbiamo comprendere che] un bias cognitivo non è un errore, è un’inclinazione che va compresa e tenuta in considerazione affinché non venga sfruttata per fomentare pregiudizi e nutrire convinzioni nocive come il sessismo e il razzismo. Ciò significa che sessismo, razzismo, abilismo, maschilismo, ma anche terrapiattismo e complottismo, non sono bias cognitivi e nemmeno sono errori da un punto di vista cognitivo: sono concezioni e visioni del mondo, elementi costitutivi di ideologie politiche, portatori di modelli organizzativi psicologici e sociali. [Pertanto] invece di ri-programmare e ri-condizionare le macchine perché risolvano problemi come il razzismo, il sessismo e l’abilismo, è importante riconoscere che non si tratta di problemi da risolvere attraverso l’automazione, ma di questioni sociali, cioè di faccende relazionali. L’automazione è il livello più basso di interazione possibile con gli esseri tecnici. Ma è possibile maturare nuovi tipi di relazione non solo automatici, bensì frutto di scelte consapevoli e condivise, motivati dalla gioia e dal divertimento di fare cose insieme. Per questo c’è bisogno di meno finanza e di più politica, nel senso di capacità di immaginare un mondo comune equo. Serve maggiore riflessione filosofica (non di quella finanziata dai padroni che vogliono giustificare lo status quo), perché le IA che ormai popolano il nostro mondo non sono banali utensili, ma artefatti complessi. Ci vuole educazione per vivere insieme alle macchine, per imparare a selezionare i sistemi tecnici con cui vogliamo coabitare, con cui ci troviamo a nostro agio, capaci di provocare emozioni da coltivare, che non sono servi al nostro servizio, ma compagni di viaggio. A questo mirano le attività di pedagogia hacker, per sviluppare tecnologie conviviali. (C. Milani, “Nuove intelligenze, vecchi pregiudizi”, in AA. VV., “Miti e trappole dell’intelligenza artificiale”)