Big tech e climate change

Doda rivela:

Quasi tutti i big tech hanno un piano per monetizzare l’emergenza climatica, in un modo o nell’altro. Pensiamo a Tesla: l’azienda che promette la rivoluzione della guida a zero emissioni, prevedendo l’immissione sul mercato di auto elettriche che dovrebbero accelerare la transizione verde a livello globale, secondo le parole del fondatore. Musk ha anche dato vita a una competizione da cento milioni di dollari per start-up che si occupano di rimozione dell’anidride carbonica dall’atmosfera. La gara tra le squadre selezionate si concluderà nel 2025. Jeff Bezos, amministratore delegato di Amazon, ha lanciato il Bezos Earth Fund, un gigantesco progetto filantropico dedicato alla lotta ai cambiamenti climatici, che prevede di sborsare dieci miliardi entro il 2030. La missione del fondo è quella di «sfruttare il meglio dell’ingegno umano, dell’adattabilità e dell’azione collettiva per creare un futuro in cui tutti possano prosperare». È interessante notare come il nome della fondazione faccia esplicito riferimento alla persona di Bezos, quasi si tratti di un progetto personale su cui il miliardario vuole mantenere il controllo ed esercitare la potestà – nonostante nei materiali di marketing si parli di azione collettiva. Anche Google ha lanciato la sua iniziativa green, la Google Climate Challenge. I progetti selezionati hanno vinto assegni che vanno da mezzo milione a due milioni di dollari. Vediamo nuovamente una convergenza tra filantropia, lotte ai rischi sistemici dell’umanità e grandi capitali dell’industria tecnologica: quasi come se il cambiamento climatico sia una gigantesca opportunità di espansione del business e di acquisizione di nuovi brevetti tecnologici. La linea tra il trasformare una crisi in un’opportunità e la speculazione sulla sofferenza altrui (né Bezos né Musk stanno particolarmente soffrendo per adattarsi ai disastri ambientali) è molto sottile. Il quadro si arricchisce ulteriormente se si osserva l’effettiva impronta ecologica di Google, Amazon, Tesla e altri giganti tech. Da un lato abbiamo ambizioni filantropiche e promesse di tagliare sulle emissioni (Amazon, ad esempio, vuole arrivare a essere carbon neutral entro il 2040). Dall’altro canto abbiamo l’effetto reale dell’industria tecnologica sull’ambiente: secondo un report del gruppo di ricerca ElectronicsHub sarebbe comparabile a quello dell’aviazione. Le aziende tech utilizzano catene di approvvigionamento di componenti e materiali dipendenti dai combustibili fossili. Anche le tecnologie verdi, come le auto elettriche, dipendono dalla fornitura di metalli rari, estratti nelle zone più povere del mondo, con costi ambientali e umani spaventosi. I data center, le enormi infrastrutture di elaborazione delle informazioni, hanno un tasso molto elevato di emissioni di gas serra. Il potere di big tech e l’influenza sulle politiche climatiche si vedono anche nelle azioni di lobbying. Mentre i gafam (acronimo di Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft) si sperticano in promesse su un futuro verde, si appoggiano anche agli stessi lobbisti che lavorano per l’industria dei combustibili fossili. Il database f Minus, lanciato nel 2023, ha messo in luce l’intricata rete di interessi dell’industria oil and gas e dei suoi lobbisti, che spesso rappresentano anche le aziende e le organizzazioni che si vendono al pubblico come sostenibili. «Big Tech fa di tutto per apparire green, ma la strategia di lobbying racconta un’altra storia», ha dichiarato a «The Guardian» James Browning, direttore esecutivo di f Minus. (…) Il disastro climatico è la tragedia che dobbiamo evitare, che può spazzare via il potenziale futuro dell’umanità. Ma quello che conta, per i lungotermisti, non è la sofferenza presente, ma lo spreco di “valore” nel futuro. Non è una priorità, quindi, creare tecnologie per rendere la vita sul pianeta più sopportabile al momento presente. Se si riuscisse, ad esempio, a creare una colonia nello Spazio per ospitare alcuni sopravvissuti della specie umana, che potrebbero rifondare una sorta di civiltà, il potenziale futuro sarebbe salvo. I miliardi di esseri umani che rimarrebbero indietro sarebbero un problema collaterale. È proprio questa l’idea di viaggio spaziale di Elon Musk: colonizzare il Sistema solare, a cominciare da Marte, per rendere l’umanità una specie multiplanetaria. Bezos invece immagina delle più modeste piattaforme orbitanti. Né Bezos né Musk hanno mai fatto mistero del classismo insito nelle loro visioni. Musk ha scritto su Twitter, nel gennaio del 2021, che se le persone desiderano partire per il pianeta rosso possono sottoscrivere un prestito e poi lavorare per ripagarlo. (I. Doda, “L’utopia dei miliardari. Analisi e critica del lungotermismo”)