Doda è illuminante:
Le diseguaglianze esistono tra Paesi, tra classi all’interno degli stessi Paesi, seguono le faglie della razza, del genere, della provenienza geografica. I lungotermisti non si preoccupano particolarmente di combatterle, nonostante si possa argomentare che esse rappresentino un rischio notevole per la sopravvivenza a lungo termine degli esseri umani. Questo è spiegabile in parte con una questione di posizionamento: se una filosofia proviene dalle élite culturali e industriali del Nord del mondo, se trova la sua origine in prestigiose università britanniche ed è entusiasticamente appoggiata dai fondatori di start-up miliardarie, difficilmente sarà attenta ai bisogni delle classi meno abbienti o degli abitanti del Sud globale. Ma non si tratta soltanto di una mera questione identitaria: tutta la filosofia lungotermista, così come quella dell’altruismo efficace, ha un’impostazione filantropica. La filantropia, per definizione, adotta un approccio gerarchico (in inglese si usa l’espressione top-down) per risolvere i problemi che dice di voler affrontare. C’è un’istituzione potente, una ong o un’organizzazione internazionale, che finanzia uno Stato o un gruppo di persone attraverso fondi erogati unilateralmente – di solito con condizioni abbastanza stringenti. Non è un modello che mette in discussione le radici della diseguaglianza. (I. Doda, “L’utopia dei miliardari. Analisi e critica del lungotermismo”)