Difficoltà di riciclo

Sissa è molto chiara:

Se nella produzione il punto di partenza sono i materiali sulla crosta terrestre e il punto di arrivo sono i dispositivi utente, la filiera del trattamento a fine vita – per recuperare le materie prime seconde – dovrebbe allora percorrere a ritroso, in termini di complessità di trattamento e processo, i vari passaggi dai dispositivi dismessi fino ai materiali esistenti in natura. Questo processo inverso non può essere efficiente come quello di costruzione per vari motivi. Essi spaziano da caratteristiche intrinseche come la miniaturizzazione (l’energia richiesta per separare i metalli aumenta in funzione della complessità dell’assemblaggio e della scala della miniaturizzazione dei componenti da riciclare), ai modelli di business del settore del digitale (che ha sempre guardato solo a nuovi prodotti, senza preoccuparsi del loro fine vita), fino a considerazioni economiche talvolta bieche, come quelle che portano all’export illegale o paralegale dell’e-waste solo per scaricare i costi ambientali su paesi privi di normative e strumenti di difesa contro questo tipo di speculazione. Alla base sta il fatto che la progettazione dei dispositivi digitali, nella gran parte dei casi, è sempre stata fatta senza considerare adeguatamente il fine vita come una fase della filiera di prodotto – e dunque senza preoccuparsi di integrarlo in essa. (…) il recupero di tutte le risorse nei rifiuti elettronici non è economicamente sostenibile, principalmente a causa della bassa concentrazione di questi elementi nei prodotti digitali, della complessità dei dispositivi e dei costi di riciclo maggiori dei ricavi potenziali derivanti dalle risorse recuperate. La specificità e la complessità del settore della produzione dei dispositivi digitali e in particolare dei microchip – data dalla diminuzione delle dimensioni e dall’aumento del numero di materiali usati – fa sì che si sia raggiunto il limite economico e si sia prossimi a quello fisico per poter recuperare gli elementi di cui sono costituiti. Questo comporta che le risorse contenute in minima quantità nei dispositivi digitali non siano recuperate ma disperse. Di conseguenza si perdono le materie prime ed è necessario estrarne nuovamente di vergini. Il termine che indica questo fenomeno è resource depletion: poiché le risorse sono non rinnovabili, il non recuperarle implica, in prospettiva, esaurirle. Disassemblare i circuiti elettronici è un’operazione economicamente svantaggiosa se comparata all’estrazione deregolamentata delle materie prime vergini. Sebbene concetti come design per il riciclo (ecodesign) per affrontare queste sfide esistano da tempo, la loro applicazione nella progettazione dei prodotti elettronici non è massiccia a causa dei costi che comporta. I processi di riciclo sono molto diversi a seconda di quali elementi sono da recuperare, della quantità di essi contenuta nel dispositivo e di altri fattori.   (G. Sissa, “Le emissioni segrete. L’impatto ambientale dell’universo digitale”)