Sissa è netta:
Dopo i crac finanziari dei sistemi che gestivano i portafogli dei loro clienti, le criptovalute sono (forse) un po’ passate di moda. O, per lo meno, il velo ammantato di un’aura nobile che ricopriva il settore è stato squarciato. Tutto ciò che era basato su blockchain – la tecnologia alla base delle criptomonete – infatti, per un certo periodo è stato dipinto come intrinsecamente positivo, secondo un classico equivoco favorito da chi propone una nuova tecnologia e ne vuole far conoscere solo i vantaggi. È un meccanismo tipico dello sviluppo tecnologico che inizia con entusiasmi, apologia, demonizzazione delle critiche, cui seguono, immancabilmente ma tempo dopo, disillusione e critica, esasperate a volte anche dal bisogno di sensazionalismi. Molte voci si sono levate per evidenziare e denunciare gli ingenti consumi energetici dietro alle criptovalute – evidenti a chi ne comprende il funzionamento, che si basa sull’esistenza di risorse di calcolo distribuite e specifiche, a cui vengono richieste attività energeticamente pesanti in alcune fasi (come il famigerato mining). Convalidare le transazioni ed estrarre nuove monete digitali è dispendioso in termini energetici (anche se in termini diversi a seconda dei meccanismi adottati dalle varie criptovalute) e inefficiente. Non ci si preoccupa molto di quanta energia si consumi per fruttuose attività speculative, almeno finché si continua solo a guadagnare. Considerazioni analoghe valgono per altre applicazioni decentrate della tecnologia blockchain, quali ad esempio gli NFT (Not-Fungible Token), ossia i certificati digitali usati nel mondo dell’arte, sempre a scopo prevalentemente speculativo. (G. Sissa, “Le emissioni segrete. L’impatto ambientale dell’universo digitale”)