Dal determinismo capitalista al socialismo di piattaforma…

Muldoon propone:

In assenza di idee audaci da parte dei politici, il mondo della tecnologia ha rivendicato la proprietà del tempo futuro. Siamo arrivati a considerare normale rinunciare al controllo sui nostri dati e consentire alle società di piattaforme di trarre profitto dalla nostra attività. Lo scambio sembra essere innocente e persino vantaggioso per noi: utilizziamo un servizio gratuito e in cambio le aziende possono utilizzare le informazioni raccolte dalla piattaforma per vendere pubblicità mirata. Diamo per scontato che le piattaforme digitali debbano essere feudi di proprietà privata governati da un despota tecnologico, con miliardi di profitti distribuiti a pochi ricchi azionisti. Accettiamo questa situazione perché è così che la tecnologia ci è sempre stata presentata. Le società di piattaforme hanno stabilito modelli prestabiliti per il funzionamento di questi prodotti in un momento in cui non era ancora chiaro quanto fondamentalmente avrebbero trasformato le nostre vite. Con l’apertura di nuovi mercati, una generazione di imprenditori e guru ha approfittato della relativa ignoranza del pubblico per rivendicare il dominio su questa nuova arena della vita sociale. (…) Creando l’infrastruttura digitale che facilita le comunità online, le società di piattaforme hanno inserito meccanismi di acquisizione del valore tra le persone che cercano di interagire e scambiare online. Le piattaforme digitali sono strumenti che consentono un modello di business più sofisticato per sfruttare le nostre interazioni sociali e le connessioni con gli altri. Piuttosto che considerarlo come una forma aberrante di “capitalismo della sorveglianza” – guidato da una logica alternativa e che risponde a imperativi fondamentalmente diversi dal capitalismo stesso – è più accurato intenderlo come un’estensione e un’intensificazione della spinta centrale del capitalismo di appropriarsi della vita umana per il profitto. (…) Dobbiamo spostare la nostra attenzione da “privacy, dati e dimensioni” a “potere, proprietà e controllo”. La prima serie di questioni è importante, ma è secondaria rispetto a una serie più profonda di preoccupazioni su chi possiede le piattaforme, chi ha il controllo e chi beneficia dello status quo. La tecnologia può essere controllata da aziende private e utilizzata per generare profitti per pochi, oppure può essere diretta dalle comunità a beneficio di molti. Rivendicare il nostro senso di autodeterminazione collettiva richiede un nuovo tipo di economia delle piattaforme. Come possiamo immaginare un’alternativa (…)? La risposta risiede in nuove forme di governance partecipativa e decentralizzata che pongano la libertà umana al di sopra dei profitti e garantiscano che i benefici della tecnologia siano equamente distribuiti. Implica la partecipazione attiva dei cittadini alla progettazione e al controllo dei sistemi socio-tecnici, piuttosto che la loro regolamentazione a posteriori da parte di un’élite tecnocratica. Chiamo questa idea socialismo di piattaforma: l’organizzazione dell’economia digitale attraverso la proprietà sociale degli asset digitali e il controllo democratico sulle infrastrutture e sui sistemi che governano le nostre vite digitali. (J. Muldoon, “Platform Socialism. How to reclaim out digital future from Bigh Tech” – traduzione in proprio)