Taddeo riporta dagli studi di settore:
i social si occupano di progettare (…) specifici modelli di interazione, (…) che (…) non sono ancillari ad altri usi, ma sono al centro della produzione e del consumo che avvengono in questi contesti. (…) [Si possono distinguere] due diversi macro-approcci: i «social networking sites», la cui funzione primaria è quella di creare e gestire relazioni (pensiamo, ad esempio, a LinkedIn), e i «social network sites», in cui la funzione sociale innerva tutto il sistema ma non costituisce l’obiettivo finale della piattaforma (che può invece essere quello di fruire di contenuti, svolgere attività, intrattenersi ecc.). (…) A questa prima classificazione (…) potremmo oggi aggiungere due categorie (…): i social «activity driven», che mixano le attività pratiche con funzionalità di relazione e di accrescimento del capitale sociale, e i social «algorithm driven», che oggi sono in crescita e il cui approccio sposta, in qualche modo, gli equilibri conosciuti e studiati fino a qualche anno fa in questo ambito.
Possiamo quindi distiguere:
- Social «friend driven»
- Social «friend driven»
- Social «activity driven»
- Social «algorithm driven»
Alle dinamiche di relazione uno-a-uno, uno-a-molti, molti-a-molti, precedentemente definite nei social, si aggiunge, pertanto, quella che potremmo definire un’interazione molti-a-uno: gli algoritmi infatti, attraverso sistemi di machine learning, elaborano costantemente opinioni, azioni, interazioni dei molti presenti sulla piattaforma, per poi costruire un feedback e dei contenuti mirati per ciascun utente. (…) negli ultimi anni le diverse piattaforme hanno ragionato secondo dinamiche di convergenza, nel continuo tentativo di adattarsi alle diverse esigenze dei pubblici e allo stesso tempo di mantenere alto l’aspetto di presidio e competizione con gli altri. (G. Taddeo, “Social. L’industria delle relazioni”, Einaudi)