Pasquinelli sottolinea una prospettiva fondamentale
Un algoritmo di classificazione (…) non automatizza il ragionamento inteso come capacità di manipolazione simbolica, ma piuttosto come conoscenza situata che fa parte del patrimonio culturale di un determinato contesto. L’atto del riconoscimento delle immagini o della classificazione dei modelli è un tipo specifico di lavoro mentale: è un atto profondamente sociale che mobilita, allo stesso tempo, il know-how tacito ed esplicito, le tassonomie scientifiche e tradizionali, le grammatiche vernacolari e tecniche – in breve, la creazione di conoscenza come processo storico e spesso conflittuale. Sebbene il compito industriale della supervisione delle macchine possa essere altamente codificato, il riconoscimento dei modelli “in the wild” rimane un gesto di interpretazione aperta piuttosto che una rigorosa procedura basata su regole. Per questi motivi, una macchina progettata per automatizzare un tale pasticcio epistemico (vedi il progetto delle auto a guida autonoma) incontra, allora come oggi, grandi difficoltà. Inoltre, i recenti dibattiti sui pregiudizi di genere, di classe e razziali nei sistemi di apprendimento automatico per il riconoscimento facciale ci ricordano ciò che i semiotici, i filosofi del linguaggio e gli storici dell’arte hanno sempre saputo: che l’interpretazione delle immagini è un atto che porta con sé implicazioni politiche irrisolvibili. A questo proposito, gli studiosi critici di IA Michael Castelle e Tyler Reigeluth hanno proposto di confrontare l’apprendimento automatico con la teoria dell’apprendimento come processo sociale dello psicologo sovietico Lev Vygotsky. La struttura semiotica del classificatore, che è fondamentalmente una macchina di imitazione, conferma ciò che Vygotskij sosteneva: che non c’è una logica interna da scoprire nell’intelligenza, perché l’intelligenza è un processo sociale per costituzione. (…) L’ascesa degli algoritmi di apprendimento automatico è, quindi, anche la risposta all’ esplosione di dimensionalità dei dati sociali piuttosto che semplicemente a un problema di sovraccarico di informazioni. (M. Pasquinelli, “The Eye of the Master: A Social History of Artificial Intelligence” – traduzione in proprio)