Do you remember Memex?

Putti ci ricorda che fin dagli anni Quaranta Vannevar Bush concepisce un nuovo paradigma sul rapporto tra tecnologie della parola e del sapere, informazione e conoscenza significativa.

Le tecnologie del sapere della parola, già a partire dall’avvento della stampa, avevano prodotto una mole tale di informazioni e dati che avevano bisogno di essere raccolti e filtrati per facilitare all’uomo il processo di conoscenza. Era quindi necessario comprimere la mole di dati, generata anche dalla crescente specializzazione del sapere, in dispositivi di piccole dimensioni, ma soprattutto procedere all’archiviazione e alla selezione dei temi per permetterne la rielaborazione individuale. (…) [Bush concepisce così] una macchina futurista dal nome memex (…) la contrazione di memory extender, un chiaro richiamo alle funzioni che (…) avrebbe potuto svolgere. Il suo scopo era quello di permettere all’uomo di immagazzinare tutti i suoi contenuti, sotto forma di libri o audio o testi di comunicazione, e consultarli meccanicamente con grande rapidità e facilità. Ossia uno strumento potenziante della memoria individuale. Il memex non doveva essere impiegato solo nell’ambito dell’archiviazione, ma soprattutto dal punto di vista cognitivo, attuando un vantaggio per la selezione dei contenuti. Bush credeva infatti che le difficoltà che emergevano nell’era contemporanea circa la selezione dei contenuti non dipendessero da un’incapacità dell’uomo, ma piuttosto dall’artificiosità e di inadeguatezza dei sistemi di indicizzazione in uso negli archivi. Egli faceva riferimento al fatto che i dati fossero organizzati in sistemi gerarchici, caratterizzati dalla struttura ad albero (…) e la loro posizione fosse univoca e unidirezionale imponendo regole strette per il loro reperimento. Il cuore della sua riflessione e che invece la mente umana non pensa secondo queste modalità. Essa piuttosto opera per associazioni, saltando da un concetto all’altro sulla base di un groviglio di “piste” registrate nelle cellule cerebrali dell’associazione dei pensieri. Bush cerca quindi reimpostare la selezione delle informazioni a partire dal concetto di “come possiamo pensare” attraverso la sua macchina memex, ossia uno strumento di meccanizzazione della selezione per associazione, piuttosto che per indicizzazione. Il pensiero creativo rimane prerogativa puramente umana ma, secondo Bush, coinvolge solo la prima fase inerente alla scelta dei dati e del processo da utilizzare; il resto invece, basandosi sulla manipolazione di natura ripetitiva, può essere affidato alle macchine. (…) Il memex è un artefatto materiale: consiste di una scrivania, che pur potendo essere manipolata anche a distanza, è principalmente un pezzo d’arredo sul quale l’individuo lavora. (…) [Essa permette] di associare ad ogni fonte un codice così da poterlo richiamare immediatamente sullo schermo; (…) [e] di poter visualizzare contestualmente più fonti per connetterle e integrarle. Bush (…)anticipa il concetto del movimento all’interno del web, attraverso la navigazione di pagina in pagina tramite collegamenti ipertestuali, ossia quello che verrà poi realizzato da Ted Nelson, inventore dell’hyperlink. Inoltre, suggerisce il principio di multimedialità per la conoscenza e indica la metafora della scrivania per il suo uso. Bush (… )anticipa il concetto del movimento all’interno del web, attraverso la navigazione di pagina in pagina tramite collegamenti ipertestuali, ossia quello che verrà poi realizzato da Ted Nelson, inventore dell’hyperlink. Inoltre, suggerisce il principio di multimedialità per la conoscenza e indica la metafora della scrivania e per il suo uso. (…) [Bush ha intuito] che i percorsi associativi generati della macchina memex potevano essere di aiuto all’uomo, ma solo nella fase di rielaborazione dei dati, non in quella creativa di interpretazione comprensione vera e propria punto. Il Memex è un estensore della memoria, che aiuta la base del ragionamento ma non la costituisce. Bush immagina [perciò] che il ricomporre piste tra i dati dispersi possa diventare una vera e propria professione del futuro: “nascerà la nuova professione di battitore di piste, persone che si ingegneranno a tracciare percorsi significativi attraverso l’immane mole dell’esperienza umana. L’Italia del maestro ai suoi discepoli non saranno più solo i suoi contributi alla conoscenza comune, ma l’intera impalcatura di conoscenze sulla quale essi sono stati costruiti”. L’autorialità, allora, non consisterebbe più nella produzione di contenuti ma nella sistematizzazione degli stessi. Bush restituisce al pensiero un ruolo attivo e fondante. L’attività della conoscenza, da lui indicata più di frequente come “ricerca”, consiste nell’inserimento di singoli dati in una o più piste che divengono patrimonio dell’umanità, tanto quanto i libri stessi, dando vita a enciclopedie di concezione radicalmente nuova, dotate di una trama di percorsi associativi che le attraversano. Bush riconosce quindi che avremo presto bisogno di incrementare un tipo di facoltà intellettiva nuova e necessaria per la conoscenza che di ordine al caos che albergherà nella rete: la dimensione di archiviazione e collegamento ipertestuali, infatti, da sola produce un aumento della potenza di archiviazione, ma anche una spaesamento cognitivo in mancanza di traccia. (…) Quello che conta è saperle selezionare i dati e ricomporli in percorsi di senso (E. Putti, “Storia della filosofia digitale. Profeti e battaglie della rete”)