Descrivere i dispositivi digitali come prodotti sociali a prevalente impianto capitalistico e svelarne le ambiguità in modo emancipato e con scopo emancipante è dovere politico-culturale di una critica radicale della "platform society", capace di decostruire mediante cortocircuiti concettuali l'inganno tecno-liberista della "società della conoscenza sorvegliata" e dell'estrattivismo.
Con welfare digitalizzato ci si riferisce a un insieme di soluzioni digitali che mirano a potenziare i servizi di welfare tradizionali. Strumenti come il fascicolo sanitario elettro-nico o l’identità digitale sono stati introdotti come strumenti per accedere a prestazioni sociali e sanitarie che restano però di stampo tradizionale (l’accesso alle proprie analisi del sangue o l’iscrizione dei figli a scuola, per esempio). L’E-Welfare invece si riferisce a un insieme di soluzioni che erogano in autonomia un servizio di welfare. Le riflessioni sulla telemedicina o sull’impiego dell’Intelligenza artificiale ricadono in questa seconda area macro-tematica. Una terza area di riflessione invece riguarda i rischi sociali che sono e saranno legati all’impiego strutturale del digitale nei sistemi di welfare. Sebbene il welfare stesso nasca con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze sociali, sappiamo per certo che questo obiettivo è stato raggiunto solo parzialmente e che è da rinegoziare ogni volta: a ogni taglio di budget per esempio. (…) All’investimento sull’accesso digitale al Welfare non ha corrisposto un investimento nel supporto per le cosiddette categorie fragili. (…) Il dibattito sulle disuguaglianze e l’impiego del digitale sono stati banalizzati dall’utilizzo dell’ombrello concettuale del digital divide. Ma i divari non sono affatto solo materiali. L’esempio della Dad, la didattica a distanza, in pandemia è calzante. L’impiego di strumentazione digitale durante le chiusure delle scuole è stato decisivo per i bambini e i ragazzi che potevano contare su competenze, strumentazione e supporto parentale ma ha incrementato la distanza fra loro e chi invece su queste condizioni di partenza non ha potuto contare. E non è stato certo risolutivo fornire un laptop o un tablet per colmare queste mancanze. Ma la missione della scuola pubblica non dovrebbe essere proprio quella di far sì che le condizioni di partenza incidano sempre meno sulle traiettorie personali di vita? Senza programmazione, un’analisi dei rischi e un investimento nelle misure di contrasto, la digitalizzazione può diventare – come di fatto sta facendo – l’ennesimo strumento attraverso cui riprodurre una dualità fra chi può e chi non può, determinando sempre di più fin dalla nascita chi ce la farà e chi invece sarà destinato a soccombere. (…) le infrastrutture digitali (i portali di raccolta dati, le piattaforme di cui si servono le amministrazioni) sulle quali un sistema di welfare digitalizzato si basa sono private. Non solo: sono di proprietà di colossi come Amazon. (…) Amazon ha sviluppato con la transizione digitale modelli di piattaforma-infrastruttura che sono entrati in maniera sistematica nella digitalizzazione dell’economia pub-blica italiana tramite il modello Amazon Web Service di cui molte amministrazioni co-munali italiane si servono nel gestire la pubblica amministrazione. Sono tante le regioni che recentemente hanno migrato i propri sistemi su questa piattaforma-infrastruttura (Regione Lombardia, Sardegna e Lazio, per esempio). (…) I dati raccolti da Amazon – o da chi per lui – possono essere usati per qualunque finalità, senza che a oggi esista un controllo pubblico che ne vincoli l’utilizzo. Quindi se da un lato le pubbliche amministrazioni si servono delle infrastrutture (private) digitali, dall’altro esse servono – regalano peraltro – dati alle stesse aziende producendo un’economia, di piattaforma, che va ben oltre i problemi della mera privatizzazione dei servizi pubblici. Da questo punto di vista la «piattaformizzazione» dell’accesso al welfare rappresenta un nodo etico e un cambia-mento paradigmatico passato completamente in sordina (C. Caciagli, Un nuovo campo di disuguaglianze”, Jacobin 23/2024)