
Armer – nel 1969 – così sviluppa il proprio ragionamento:
- fa appello al concetto di continuità n-dimensionale tra la capacità di processare informazioni umana e quella macchinica, il che permette il confronto;
- prende atto che le macchine sono più veloci;
- prende atto che le macchine sono povere di complessità e sofisticazione;
- afferma che non vi è prova alcuna che le prestazioni delle macchine non possano essere migliorate;
- i computer odierni, pur a bassa complessità, hanno avuto un impatto enorme su scienza e tecnologia;
- ipotizza un impatto ancora maggior al crescere della capacità di affrontare la complessità;
- non vede alcuna ragione per affermare che la capacità attuale è vicina a quella limite;
- afferma che non si può raggiungere alcun obiettivo se non lo si ritiene possibile;
- le macchine attuali sono nate come artefatti aritmetici, ma sono in grado di realizzare altri compiti, non numerici;
- l’essenza della computazione è la manipolazione di simboli;
- nega l’equivalenza funzionale tra computer e cervello umano;
- afferma che per avere macchine più evolute il parametro non è tanto la velocità quanto la complessità delle operazioni;
- nega il primato aprioristico delle risorse digitali e ammette la possibilità di combinarle con quelle analogiche
Elenca poi, in modo ironico se non sarcastico, alcuni argomenti della tesi che nega la possibilità delle macchine di “esibire una condotta intelligente“, alcuni dei quali sono ancora assolutamente vigorosi, perché riposano su inerzia, insipienza e arroganza intellettuali:
- comparazione invidiosa;
- super-eccellenza;
- definizione ristretta di “condotta intelligente“;
- affermazione apodittica;
- attribuzioni funzionali e procedurali fasulle;
- false estrapolazioni;
- schiavo obbediente.
(fonte: P. Armer, “La inteligencia artificial: crítica y anticrítica”, Pensamiento critico 30/1969)
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