Arrighi riassume:
La separazione dei contadini dai loro mezzi di produzione è stata più un effetto della distruzione creativa del capitalismo che una precondizione per la sua nascita. La forma più persistente e cruciale di accumulazione primitiva – o, come la chiama Harvey, di accumulazione per spoliazione – è consistita nell’impiego da parte degli stati occidentali della forza militare per garantire al processo senza fine di accumulazione di potenza e capitale l’accesso a riorganizzazioni spaziali di crescenti dimensioni e differenziazione. Tuttavia il tentativo da parte degli Stati Uniti di pervenire alla riorganizzazione spaziale definitiva trasformandosi in uno stato mondiale è fallito. Invece di creare uno stato mondiale, quel tentativo ha messo in essere un mercato mondiale di dimensioni e densità senza precedenti in cui la regione maggiormente dotata di riserve di manodopera economica e di alta qualità viene a godere di un decisivo vantaggio competitivo. Non è uno scherzo della storia che quella regione sia proprio l’Asia orientale, ossia l’erede di una tradizione di economia di mercato che, più che in ogni altra area, ha privilegiato l’impiego di risorse umane rispetto a quello di risorse materiali e ha protetto, invece di distruggerli, l’indipendenza economica e il benessere dei contadini (…) le fabbriche cinesi impiegano (…) lavoro di alto livello a buon mercato non solo al posto di macchinario costoso, ma anche al posto di dirigenti altrettanto costosi. (…) la politica portata avanti dal governo in tema di istruzione ha dotato la Cina di un bacino di risorse umane che, oltre all’immensa schiera di operai industriosi e alfabetizzati, comprende un numero di ingegneri, tecnici e scienziati in rapida espansione. Questa crescente disponibilità di lavoratori della conoscenza, non solo semplifica la sostituzione di costosi macchinari e dirigenti con lavoro altamente qualificato, ma facilita anche (…) il progresso della divisione sociale del lavoro nella direzione di produzioni ad alta intensità di conoscenza e di innovazione (…) il successo dell’Occidente lungo la strada estroversa della Rivoluzione industriale si è basato sull’esclusione della grande maggioranza della popolazione mondiale dall’accesso alle risorse umane e naturali necessarie per poter godere dei benefici invece che pagare i costi dell’industrializzazione globale. Quindi in sé non ha mai costituito un’opzione praticabile per quella maggioranza. (…) La sostituzione, alla guida del cammino di sviluppo della Rivoluzione industriale, della piccola isola britannica con l’isola continentale degli Stati Uniti si è risolta in un ulteriore massiccio aumento nell’intensità del consumo delle risorse naturali, e questo non solo dal lato della produzione, ma anche da quello del consumo. Questo massiccio incremento è stato possibile grazie all’esclusione di gran parte della popolazione mondiale dai livelli di produzione e di consumo raggiunti dagli Stati Uniti. Ma non appena una piccola minoranza della popolazione cinese (e una ancor più piccola di quella indiana) ha avuto la possibilità di arrivare sia pure in misura parziale a quei livelli, la validità dell’affermazione di Gandhi è apparsa ovvia a tutti, con l’eccezione dei più ottusi partigiani dell’american way of life. “È chiaro che il mondo non è in grado di mantenere due nazioni [con una grande popolazione] che si comportino entrambe come gli Stati Uniti“. (…) aderendo troppo strettamente al modello di sviluppo occidentale ad alta intensità energetica, la rapida crescita economica cinese non ha ancora imboccato, per se stessa e il resto del mondo, un percorso di sviluppo compatibile. Questa eccessiva aderenza non solo minaccia di portare il “miracolo economico” a una fine prematura a causa dell’insostenibile pressione su risorse scarse (comprese l’acqua potabile e l’aria pulita), ma, cosa anche più importante, è sia la causa sia l’effetto della frattura che si sta aprendo fra coloro che per la loro condizione hanno potuto godere dei benefici della rapida crescita economica e quelli che ne hanno dovuto solo sostenere i costi. Come si è visto nel Capitolo 12, questa frattura ha già prodotto una grande ondata di proteste popolari nelle quali il malessere ecologico ha trovato ampi spazi e che hanno prodotto importanti aggiustamenti nelle politiche cinesi nella direzione di uno sviluppo più equilibrato fra aree urbane e rurali e fra economia e società. A conclusione di questo studio posso solo aggiungere che il risultato finale di questi aggiustamenti sarà di importanza cruciale per il futuro non solo della società cinese, ma del mondo intero. Se questi aggiustamenti riusciranno a rinvigorire e consolidare la tradizione cinese dello sviluppo centrato sul proprio mercato interno, dell’accumulazione senza spoliazione, del ricorso alle risorse umane più che a quelle materiali e della partecipazione di massa alla definizione delle politiche di governo, allora ci sarà la possibilità concreta che la Cina possa contribuire in modo decisivo all’emergere di un commonwealth delle civiltà realmente rispettoso delle differenze culturali. Ma se questi aggiustamenti falliscono, la Cina potrebbe trasformarsi in un nuovo epicentro di caos politico e sociale, facilitando così i tentativi del Nord di ristabilire il proprio distruttivo dominio o, per parafrasare ancora una volta Schumpeter, aiutando l’umanità a bruciare fra gli orrori (o le glorie) del crescendo di violenza che ha accompagnato la liquidazione dell’ordine mondiale della guerra fredda. (G. Arrighi, “Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo”)