Perché i prosumer e la gig economy?

Staglianò ricostruisce:

Netscape, inventrice del primo browser grafico per navigare su internet, si quota in borsa [1995]. Prende il via quella sbornia chiamata new economy che finirà cinque anni dopo bruciando oltre 5 trilioni di dollari nel falò delle vanità digitali. I suoi ideologi fanno autocritica? Macché: l’errore non è stato offrire gratis beni e servizi per cui da sempre si era pagato. Piuttosto bisogna trovare il modo di farli costare ancora meno, facendoli produrre agli stessi utenti. È così che nasce il cosiddetto web 2.0 cui appartengono tre delle cinque compagnie che oggi capitalizzano di più al mondo. Che condividono una caratteristica sproporzione tra ricchezza e numero di lavoratori che servono per produrla. Quando YouTube viene comprata da Google per 1,65 miliardi di dollari la sua forza lavoro consisteva di 65 persone, per la maggior parte ingegneri. Instagram, la piattaforma per condividere foto, aveva 13 dipendenti quando Facebook decide di acquisirla. Il che li valuterebbe 77 milioni di dollari ciascuno. Ma si può fare addirittura di meglio. Così quando Zuckerberg compra WhatsApp per 19 miliardi di dollari, il valore di ognuno dei 55 fortunati dipendenti tocca quota 345 (…)  Airbnb (2008), Taskrabbit (2008), Uber (2009/2010), Homejoy (2010), Urbansitter (2010) e poi a cascata Instacart, Handy, Postmates e le varie decine di uber-qualcosa spuntate da fuori in quel periodo. Si comincia dunque a far pagare quelli che una volta erano favori tra amici. Darti un passaggio all’aeroporto. Andare a ritirare gli abiti stirati in tintoria. Aiutare a dipingere una stanza. Dopo il picco della crisi il settore decolla. Il numero di finanziamenti di venture capital nel settore della gig economy passa dai 15 del 2009 ai 179 del 2015. Per la prima volta hegde fund e fondi comuni hanno un ruolo da protagonisti nel finanziamento del boom. Seguiti dalle banche d’affari. Chi ha liquidità, anche per conto terzi, la mette lì. Nonostante che la bontà del modello di business sia tutto da provare. (…) sono arrivati i working poors. Secondo il ministero del Lavoro statunitense è tale chi ha lavorato per almeno la metà dell’anno precedente e cionostante il reddito non gli fa superare la soglia di povertà. Nel 2000 i lavoratori poveri individuali erano il 4,7 per cento del totale mentre nove anni dopo il 7 per cento. Per Eurostat una famiglia è povera se prende un salario che sta sotto al 60 per cento di quello mediano. Un paper del 2010, partendo dai dati del Luxembourg Income Study, analizza diciotto Paesi ricchi e scopre che in ben quattordici ci sono più poveri tra chi lavora che tra chi è disoccupato. Dopo l’America, che nel 2000 ne aveva l’11 per cento, si piazza il Canada (7,8) e l’Italia (7,4). Poi non c’è da meravigliarsi che i prof chiedano l’aumento a Airbnb. (R. Staglianò, “L’affittacamere del mondo. Airbnb è la nostra salvezza o la rovina delle città?”)