Attività para-sociali profittevoli

Brentler riflette:

OnlyFans [è una]piattaforma in cui gli utenti commercializzano contenuti pornografici direttamente ad altri utenti. Naturalmente, internet è pieno di immagini sessualizzate di corpi umani, la maggior parte delle quali gratuite, ma i performer di Onlyfans, principalmente donne, spiegano che i loro follower non inviano denaro per ricevere in cambio copie digitali di nudi virtualmente intercambiabili. Al contrario, l’app funziona come modello di business perché gli artisti sono in contatto diretto e costante con i loro fan. Che siano spinte dalla solitudine o dal desiderio di trasgressione, le persone (per lo più uomini) pagano per chattare privatamente con le modelle della piattaforma. L’attrattiva quindi non risiede nel materi-ale pornografico in sé, ma nella relazione parasociale che si sviluppa e nell’illusione di ricevere un’attenzione sessuale: una forma di lavoro sessuale digitalizzato che, pur essendo puramente transazionale, è tutt’altro che anonima. Forse i e le creators di OnlyFans sono stati le prime spie della tendenza che sta interessando l’intera industria culturale nell’epoca della proliferazione di contenuti intercambiabili e gratuiti. Un modo in cui anche gli operatori culturali possono rispondere all’inondazione di contenuti indotta dagli algoritmi è quello di personalizzare sempre più il rapporto con i consumatori dei loro prodotti, le cosiddette «comunità». Patreon, Substack e OnlyFans oggi sono servizi all’avanguardia di questo processo. Ciò che accomuna queste piattaforme che offrono servizi molto diversi tra loro è il fatto di sottrarre il lavoro culturale, il giornalismo come la pornografia ai loro tradizionali contesti istituzionali o commerciali, per trasformarli in un’impresa di singoli imprenditori di contenuti. Sebbene occasionalmente sia possibile tradurre tutto ciò in libertà creativa o nell’opportunità di sfuggire a strutture di sfruttamento, i potenziali svantaggi per la massa dei lavoratori della cultura sono evidenti. L’opportunità di commercializzare sé stessi e il potenziale di costruzione di un rapporto diretto con il proprio pubblico possono diventare rapidamente un imperativo economico. Inoltre, il rischio che gli utenti non rispettino i confini di queste interazioni ricade sui singoli produttori. (…) i lavoratori culturali di oggi si trovano costretti a scegliere tra due percorsi professionali poco attraenti: lavorare come supervisori di una macchina sempre più automatizzata, producendo contenuti intercambiabili 24 ore su 24, oppure commercializzare sé stessi in quanto individui. Questo sviluppo si può già osservare in ampi settori dell’industria culturale e l’uso dell’IA generativa potrebbe quindi diventare un acceleratore di tendenze preesistenti (A. Brentler, “L’IA non risolve i problemi essenziali”, in Jacobin Italia, 23/2024)