Speranze “artificiali”? TendenzIAlmente, NO.

Brentler afferma:

Se le previsioni più ardite sull’Intelligenza artificiale dovessero avverarsi (…), tutte le attività umane rimanenti (…) diventerebbero una forma di lavoro di cura: un lavoro che non può essere automatizzato perché l’attenzione e la cura umana ne sono una parte costitutiva, non solo un prerequisito contingente. Il lavoro di cura è onorevole e assolutamente necessario per la società. Ma anche uno sguardo più superficiale al modo in cui viene retribuito e valorizzato nel capitalismo, nonché all’iniqua distribuzione dei suoi benefici, dovrebbe rendere evidente che questo sviluppo non è di buon auspicio per la maggior parte di noi. Nel capitalismo, la mercificazione dell’assistenza significa far sì che una piccola minoranza di persone venga coccolata mentre la stragrande maggioranza viene trascurata. La risposta a questa situazione non sta in una fuga verso una falsa e materialmente inconsistente sicurezza della sfera privata o verso i ruoli normativi di genere tradizionali, ma nella socializzazione e decommercializzazione più ampia possibile del lavoro di cura. Non è necessario aspettare che si verifichi uno scenario estremo di automazione completa della conoscenza e della produzione culturale perché l’IA generativa peggiori sensibilmente le nostre vite e impoverisca la nostra società, sia materialmente che culturalmente. Indipendentemente dal fatto che avvengano nella scienza, nell’amministrazione o nel settore culturale, i progressi dell’IA sono chiaramente una cattiva notizia per i lavoratori. Più grave del rischio di perdere il lavoro è [sic!] l’aumento potenzialmente enorme del carico di lavoro e la perdita di autonomia e privacy, mentre le loro industrie aumentano la produzione a scapito della qualità. Forse questi effetti collaterali della produzione di contenuti algoritmici sono solo effetti endemici del capitalismo, e la precarietà economica è certamente ciò che li rende particolarmente minacciosi per chi ne viene colpito. Tuttavia, questo non significa necessariamente che l’attuale stato dell’arte dell’IA possa essere utilizzato meglio nel socialismo. Si troveranno alcuni usi veramente vantaggiosi della tecnologia, ma quasi certamente non nel settore culturale, visto che già prima dell’introduzione di ChatGPT stavamo an-negando in una marea di contenuti mediocri e raffazzonati. L’Intelligenza artificiale generativa ha poche speranze di migliorare le nostre vite, nel regno della necessità e della libertà (…) La fornitura di servizi di cura adeguati rimarrà una delle principali battaglie per la redistribuzione della ricchezza, accanto al secondo grande campo di battaglia delle politiche di genere, strettamente collegate al primo. Per quanto riguarda il regno della libertà, all’essere umano non manca la creatività per produrre cultura fuori dai sentieri battuti; mancano solo le condizioni economiche e il tempo per coltivarla davvero. (A. Brentler, “L’IA non risolve i problemi essenziali”, in Jacobin Italia, 23/2024)