Hund afferma:
[negli anni dopo la crisi] la domanda di contenuti da parte del pubblico era in crescita. Il crollo del nostro sistema economico aveva alimentato le fiamme di un profondo scetticismo nei confronti delle istituzioni consolidate della società. Le persone erano affamate di contenuti, che dovevano però provenire da fonti che fossero «vere», che dimostrassero di «capire» le cose in un modo profondamente diverso da quello delle aziende dei media nazionali e globali con sede a New York. I blogger si inserirono in questo spazio non presidiato. Seguivano norme di comunicazione differenti – in particolare, un tono colloquiale e la mancata distinzione tra i loro contenuti editoriali e quelli sponsorizzati da un marchio – e soprattutto si presentavano animati dalla passione, mostrando una genuinità e un’autenticità che altrove sembravano mancare. Quando [in seguito] i blogger e i primi influencer cedettero la propria indipendenza per ottenere in cambio una vita ben pianificata – una scelta perfettamente razionale e comprensibile, date le circostanze – contribuirono anche a creare una macchina industriale dei media digitali in rapida crescita e interessata a monetizzare una vita autentica, più che a incarnarla. (…) La storia dello sviluppo dell’industria degli influencer è segnata da transizioni di potere e da tentativi di rendere tangibile l’intangibile. I sogni democratici hanno lasciato il posto alla sclerotizzazione industriale. A posteriori, questa storia ha perfettamente senso. L’industria degli influencer è sia un sintomo sia una risposta alla precarietà economica e allo sconvolgimento delle istituzioni sociali che hanno caratterizzato l’inizio del XXI secolo. In effetti, è proprio questo che ha permesso alla logica degli influencer di espandersi e radicarsi così saldamente nel nostro stile di vita. Mentre cercavano una strada verso l’autonomia, la stabilità e la realizzazione professionale che sembravano impossibili altrove, gli operatori del settore hanno finito per creare un sistema di valori che ha favorito l’erosione dei confini tra la vita interiore degli individui e la mercificazione, chiedendoci di considerare noi stessi come prodotti perennemente pronti per il mercato, le nostre relazioni come monetizzabili e le nostre attività quotidiane come potenziali esperienze di shopping. Per questo motivo, sostengo che gli influencer non sono né «un fuoco di paglia» né «una bolla che sta per scoppiare», ma sono indicatori di un cambiamento di paradigma nel modo in cui pensiamo agli altri e a noi stessi. (E. Hund, “L’industria degli influencer. La ricerca dell’autenticità sui social media”)