La domanda strategica, articolata e con risposta

qualcosa di simile a ciò che l’IA pretende di essere, un tentativo di comprendere noi stessi, le nostre menti e il comportamento in termini computazionali, può essere perseguito in modo diverso? Potrebbero esserci visioni computazionali radicali che si liberano delle falsificazioni epistemiche dell’IA e si oppongono agli interessi imperiali e capitalisti che hanno sostenuto tale sforzo? Dal momento che l’IA è stata contestata fin dall’inizio, anche dagli addetti ai lavori, possiamo trovare alternative in queste critiche? O l’impresa, in virtù del suo inquadramento intorno al calcolo, o del suo posto in una tradizione scientifica intimamente connessa al potere statale e al capitale, è così compromessa da riprodurre semplicemente i difetti dell’IA? (…) la semplice scelta di un diverso orientamento epistemico non può generare sistemi e pratiche sostanzialmente diversi da quelli che l’intelligenza artificiale e le scienze cognitive hanno prodotto finora. Sono inoltre necessarie strutture sociali diverse. Così ci rimane un evidente divario tra le visioni etiche e socialmente consapevoli che si trovano all’interno della cognizione incarnata, e le loro realizzazioni effettive al servizio dell’impero e del capitale. Di conseguenza, il potente lavoro di cura degli altri e della vita collettiva è stato trascurato. (Y. Katz, “Artificial Whiteness. Politics and Ideology in Artificial Intelligence” – traduzione in proprio)

Sandy Grande, in “Refusing the University”, analizza il ruolo delle università all’interno dei sistemi coloniali di potere. Grande sostiene che le università, lungi dall’essere istituzioni neutrali, perpetuano logiche di esclusione e discriminazione, in particolare nei confronti delle comunità nere e indigene. L’autrice esplora il concetto di “rifiuto” come alternativa radicale alla ricerca di riconoscimento all’interno di strutture oppressive. Invece di aspirare all’inclusione in sistemi intrinsecamente iniqui, Grande, ispirandosi al lavoro di studiosi come Robin D.G. Kelley e Audra Simpson, propone la creazione di spazi sovrani e autonomi al di fuori dell’università. Questi spazi, basati sui principi di reciprocità, mutualità e resistenza, rappresenterebbero un punto di partenza per la decostruzione del potere coloniale e la costruzione di un futuro più giusto. (NotebookLM)

Rifiutare l’università – Sandy Grande

Questa fonte è un articolo di giornale di Sandy Grande, originariamente pubblicato su The Educational Theory Soundings, Volume 58, Numero 1-2, Inverno/Primavera 2018.

Introduzione – Grande introduce l’argomento principale dell’articolo, che è che l’università è un’istituzione insediatrice irrevocabilmente complice dei crimini contro l’umanità nera e indigena. Attinge al lavoro di Dylan Rodríguez e Audra Simpson per affermare che la posta in gioco non è semplicemente l’esclusione dai centri di potere accademici, ma il modo in cui l’università stessa è legata ad apparati di organizzazione sociale genocidi.

Contesto – Facendo riferimento a diversi esempi contemporanei di attivismo studentesco nelle università, come quello guidato da #ConcernedStudent1950 e #BlackLivesMatter, Grande evidenzia il crescente riconoscimento dell’istituzionalizzazione del razzismo e della violenza contro le persone di colore nelle università. Cita Robin D. G. Kelley, il quale sostiene che le strategie riformiste sono insufficienti e che l’architettura stessa dell’università deve essere messa in discussione. Grande collega poi questo argomento alle critiche agli studi indigeni critici sulle politiche di riconoscimento, affermando che sia i progetti di giustizia basati sulla riforma che quelli basati sul riconoscimento perpetuano in ultima analisi le strutture di potere esistenti.

Cornici teoriche – Grande delinea le principali cornici teoriche utilizzate nel suo articolo. Innanzitutto, esplora il concetto di rifiuto come alternativa al riconoscimento, attingendo al lavoro di studiosi come Kelley, Audra Simpson e Glen Coulthard. In secondo luogo, sottolinea le particolari relazioni di potere all’interno del colonialismo dei coloni, sottolineando il lavoro di Patrick Wolfe sull'”eliminazione” degli indigeni come una caratteristica fondamentale. In terzo luogo, esamina le teorie liberali della giustizia e le politiche di riconoscimento, evidenziando i loro limiti nell’affrontare le asimmetrie di potere, in particolare nel contesto delle relazioni tra indigeni e Stato. Infine, discute l’università come un braccio dello Stato dei coloni, sostenendo che essa riflette e riproduce logiche e politiche di riconoscimento dei coloni.

Rifiuto accademico e le possibilità di co-resistenza – In questa sezione, Grande analizza il concetto di rifiuto accademico come forma di sfida alle strutture di potere all’interno dell’università. Attinge al lavoro di Herbert Marcuse e Frank Wilderson per concettualizzare il rifiuto non come una ritirata passiva ma come un atto attivo che interrompe gli imperativi del capitalismo e della supremazia bianca. Fa riferimento a studiosi indigeni come Simpson, Mignolo e Quijano per posizionare il rifiuto come posizione positiva che riafferma la sovranità indigena e i sistemi di conoscenza.

Verso una politica del rifiuto – Grande conclude con un invito all’azione, esortando gli studiosi ad adottare una politica di rifiuto rifiutando gli incentivi individualistici del mondo accademico e dando priorità alla responsabilità, alla reciprocità e alla mutualità. Immagina nuove forme di collettivi accademici che operano al di fuori dei confini tradizionali dell’università, attingendo all’ispirazione da gruppi come il Combahee River Collective. Grande propone una borsa di studio “zapathista” che trascenda le identità e le strutture di potere individuali, sottolineando l’importanza della terra, della connessione e della risorgenza intergenerazionale nella lotta contro le logiche oppressive dello Stato dei coloni. (idem)