Sullo scrivere

La scrittura non è (solo) la redazione consapevole di testi-ragionamento o di testi-espressione e così via a cui pensa la scuola. La scrittura è anche fatica freelance, spesso mal retribuita, magari su commissione, in un rapporto gerarchizzato e/o autoimprenditoriale. Attività stressante, esecutiva, rivolta al mercato dell’attenzione, all’engagement subordinato al marketing. Per non parlare dei ghostwriter, ancora tristemente attivi.

Le letture illuminanti sulla storia e sull’attuale configurazione dell’industria culturale, per altro, sono molte, da “La cultura degli europei. Dal 1800 a oggi” di Sassoon a “Content. L’industria culturale nell’era digitale“, di Eichhorn. Se vogliamo capire davvero come un’attività cognitiva considerata tra le più emancipanti sia stata mercificata e avvilita, non possiamo esimerci da questo approccio “allargato”.

Allo stesso modo, non possiamo evitare di esplorare, provare, decostruire le macchine statistico-predittive (basta con ‘sta storia dell’intelligenza) basate sulla predazione della conoscenza collettiva.

E magari accorgerci per contro che si stanno – lentamente- affacciando sulla scena anche LLM open source, dispositivi non profilanti, a loro volta macchine statistico-predittive, ma con vocazione conviviale.

E quindi metterci nelle condizioni di ragionare davvero sulla configurazione attuale della logistica della conoscenza (e dell’istruzione), su quale strada imboccare perché gli assistenti alle attività cognitive diventino servizi pubblici aperti al controlllo democratico.

Non apparati – come sono attualmente – con vocazione al profitto ed autenticamente a disposizione solo degli individui e degli enti in grado di pagare licenze, abbonamenti, crediti e così via. Credo che nessuno desideri essere complice dell’affermazione definitiva e incontrastata dell’homo premium++.