Per Origgi sono:
significati condivisi [beni semantici] la cui negoziazione collettiva è alla base del vivere comune, della politica, della produzione culturale e sociale. Le risorse ermeneutiche collettive prodotte dagli algoritmi spesso favoriscono gli agenti epistemici dominanti (un problema chiamato: bias di automazione). Gli algoritmi possono essere visti come risorse ermeneutiche a loro volta, appartenenti e accessibili solo a pochi selezionati (tecnocrati, proprietari delle corporation che li realizzano, lavoratori di queste corporation), ma capaci di plasmare l’organizzazione e la comprensione della società e del mondo. Le risorse ermeneutiche collettive dipendono dall’esistenza di una sfera pubblica che produce, attraverso complesse negoziazioni, i significati condivisibili dagli individui. Ma nell’era digitale, questa sfera pubblica non esiste più: le opinioni delle persone sono fabbricate dai dati e le loro interazioni hanno un significato diverso da quello che le persone pensano che abbia. Inoltre, gli individui possono essere “osservati” dagli algoritmi nella totalità delle loro attività. Gli algoritmi danno un significato a queste attività e profilano gli individui in base a questi significati. Questi significati generati artificialmente sono opachi per tutti noi. Gli algoritmi costruiscono le persone attraverso risorse ermeneutiche che non sono disponibili per loro e che provocano un senso di alienazione. La società dei big data sta producendo nuove risorse ermeneutiche collettive che non sono affatto collettive: non sono facilmente afferrabili dagli individui, eppure plasmano le loro credenze, i sentimenti e i comportamenti. (…) questo processo di dare senso ai dati è un processo di costruzione di risorse ermeneutiche collettive che non è più sotto il controllo degli esseri umani. Questa impossibilità di negoziare il “significato” dei dati è la nuova ingiustizia epistemica centrale che l’IA sta producendo. Gli esseri umani sono privati della loro capacità socio-cognitiva principale, ossia di produrre risorse ermeneutiche collettive, e la nostra partecipazione individuale alla generazione dei significati condivisi è trascurabile. (G. Origgi, “CHI CONTROLLA I SIGNIFICATI? LE NUOVE INGIUSTIZIE DELL’IA“, in Micromega 6/2024)