Fesso chi legge? Al mercato dell’attenzione non interessa

Watson è molto chiaro:

la velocità con cui le piattaforme Internet aggiornano le informazioni per mantenere l’attenzione degli utenti è di per sé sufficiente a scoraggiare il pensiero lineare o la riflessione. A ciò si aggiunge il fatto che gli algoritmi di Internet, forse in modo controintuitivo, non operano con l’unica intenzione di fornire agli utenti informazioni che possano essere loro utili. Piuttosto, forniscono all’utente informazioni che lo faranno tornare su Internet, e questa non è la stessa cosa. Questo punto ci porta spesso a credere che le piattaforme che utilizziamo non siano poi così intelligenti. I tentativi delle aziende di social media di attirare la nostra attenzione sono spesso comici e fanno pensare che gli algoritmi siano tutt’altro che perfetti nella loro missione di applicare le conoscenze dettagliate che le aziende di social media hanno su di noi. Ogni giorno arrivano suggerimenti e consigli comici, stupidi, o semplicemente sbagliati, sotto forma di banner pubblicitari, e-mail o raccomandazioni di prodotti per gli utenti di Internet. È chiaro, tuttavia, che questo non danneggia l’operatività e la redditività finanziaria dei grandi player di Internet. Anzi, potrebbe addirittura favorirla. L’arrivo di un’e-mail che suggerisce a un professore di sinistra di acquistare, per esempio, il Manifesto comunista dal gigante capitalista dei media Amazon, nonostante ne possieda già tre versioni e lo abbia citato in numerosi saggi online, può apparire ironico e incompetente. Tuttavia, non è un segnale dell’inettitudine del capitalismo, dato che può indurre il destinatario dell’e-mail a recarsi comunque su Amazon in qualche altro momento. Può anche indurre il destinatario a inviare un messaggio su WhatsApp a un amico che scherza sul fatto che “Amazon mi ha di nuovo consigliato di comprare il Manifesto comunista (inserire emoji appropriata)”, un atto che a sua volta alimenterebbe i database di Facebook. (M. Watson, “I meme e Mark Fisher. Realismo capitalista e Scuola di Francoforte nell’era digitale”)