Immagina un software che impara come un bambino: più gli mostri esempi, più diventa bravo. Questo è il cuore dell’apprendimento automatico. Funziona così: il software analizza enormi quantità di dati, identificando schemi, tendenze e valori medi. Questi dati diventano le “lezioni” che la macchina utilizza per migliorare le proprie capacità. Ma c’è di più. L’apprendimento automatico non è solo una questione di algoritmi; è anche una questione di interazione tra uomo e macchina. Il software impara dagli utenti, e gli utenti, a loro volta, diventano “insegnanti”. Non serve essere esperti: basta fornire esempi sufficienti e vari. Il segreto sta nella quantità e varietà dei dati. Ogni ricerca su Google, ogni like su Instagram, ogni ordine su Uber Eats contribuisce a “istruire” il sistema. L’apprendimento è un processo iterativo: più esempi vengono forniti, più precise e affidabili diventano le prestazioni del software. È un ciclo virtuoso: l’input degli utenti migliora il sistema, e un sistema migliore offre risultati più accurati, incentivando un ulteriore flusso di dati. In sostanza, più dati significa maggiore precisione. L’intelligenza artificiale ha compiuto enormi progressi, ma la sua conoscenza rimane in gran parte frutto di un’intensa attività umana. I successi straordinari dell’AI finora si devono soprattutto all’apprendimento supervisionato e al rinforzo, che richiedono ingenti quantità di dati etichettati da persone. In sostanza, l’AI attuale è bravissima a sintetizzare informazioni già esistenti, ma non è ancora capace di creare concetti, linguaggi o sistemi di rappresentazione completamente nuovi. L’apprendimento non supervisionato, la chiave per un’AI davvero autonoma capace di scoprire nuove conoscenze, è ancora agli albori. I risultati attuali sono frammentari e spesso esplorativi, lontani dalla sofisticazione e dall’autonomia necessarie per generare spontaneamente conoscenza originale. Il potenziale è enorme, ma la strada per un’intelligenza artificiale veramente innovativa è ancora lunga. (fonte: A. Casilli, “Waiting for robots. The hirend hands of automation“)