Macchine totali

, è opportuno partire dalla constatazione che non si tratta soltanto di social network, ma di piattaforme che svolgono e disintermediano diverse funzioni che nel cinema e nelle arti visive erano separate: non producono direttamente contenuti; ma forniscono lo spazio per la creazione, la distribuzione e il consumo di essi da parte degli utenti prosumer. In alcuni casi, cioè, le piattaforme sono contemporaneamente videocamera (si può registrare direttamente dall’app), programmi e strumenti di editing video, distributori al pubblico e luoghi di fruizione, nonché network sociali per la propria autopromozione e l’affermazione di un sé individuale nella comunità di riferimento (con le relative implicazioni affettive, psicologiche e politiche), e poi mezzo di informazione, repertorio e archivio, linguaggio e sistema metalinguistico, e infine deriva e risacca della migrazione di immagini e simboli attraverso sopravvivenza, ricombinazione, interpolazione, ricondivisione del materiale. Sono delle infrastrutture digitali dotate di sistemi operativi, interfacce, algoritmi. Ma sono anche dei sistemi autotelici e delle macchine totali di significato progettate per incentivare interazioni che servono a mantenere attiva la piattaforma stessa (a prescindere dalla qualità o dal contenuto del materiale), che producono e impiegano desiderio, collegate a flussi materiali, semiotici ed economici: per questa ragione, sono «contemporaneamente tecniche e sociali» e determinano le condizioni per una produzione sociale. «Le macchine desideranti», come scrivevano Deleuze e Guattari, «sono la categoria fondamentale dell’economia del desiderio, producono di per sé stesse un corpo senza organi e non distinguono gli agenti dai loro propri pezzi, né i rapporti di produzione dai loro propri rapporti, né la socialità dalla tecnicità». Il loro funzionamento, anche perché legato a meccanismi di appagamento, privilegia una comunicazione fondata sulla velocità, la brevità, la ripetizione, la viralità e l’interazione superficiale al punto da realizzare ciò che preconizzava Marshall McLuhan: «Il medium è il messaggio». Tutt’altro che neutrali, tali sistemi sono strumenti di potere, dispositivi di desiderio, forme di lavoro e di relazione. Comprenderne estetiche e strategie non significa rifiutarli, ma imparare a frequentarli con maggiore consapevolezza. Perché, se è vero che non possiamo riavvolgere il nastro, dobbiamo almeno sapere che cosa stiamo guardando. (M. Garacci, “ESTETICA, ECONOMIA E DESIDERIO NEI VIDEO SOCIAL”, Micromega 3-25)