
la scrittura continua a essere usata in ambienti formali e sorvegliati, come la scuola, ma pervade oggi anche l’ambito delle relazioni informali. Semplificando un po’ la questione, possiamo affermare che fino a qualche decennio fa il diasistema dell’italiano prevedeva sia una varietà parlata informale e poco sorvegliata (usata in famiglia, con gli amici eccetera), sia una varietà parlata formale (usata nelle occasioni pubbliche, nelle conferenze, nelle lezioni, nelle interrogazioni e così via); ma solo una varietà scritta formale, usata in contesto scolastico e nelle professioni di tipo “intellettuale”. Vi era cioè uno squilibrio tra le due modalità, in quanto la scrittura, a differenza dell’oralità, non copriva tutta la gamma degli usi possibili. Nel sistema, cioè, c’era una casella vuota, una lacuna. Oggi questa lacuna è stata colmata e la scrittura è protagonista anche delle situazioni meno formali. Non si può dunque affermare che, a causa dell’avvento dei social network, il sistema linguistico si sia indebolito; anzi, si è arricchito di una varietà (una sorta di parlato informale digitato) che, fino qualche decennio fa, non esisteva; grazie a ciò oggi gli “utenti” della lingua hanno a disposizione più opportunità linguistiche rispetto al passato. (…) che la scrittura è ormai una componente preponderante della quotidianità delle generazioni più giovani, sia all’interno che all’esterno del loro percorso formativo: la moltiplicazione delle occasioni di scrittura ha contribuito a creare una maggiore predisposizione verso la scrittura stessa. Possiamo cioè affermare che, in Italia, non ci sono mai state generazioni che hanno scritto più di quelle che si sono formate negli ultimi 20 anni circa e che le motivazioni verso la scrittura non sono mai state forti come quelle attuali. (…) È molto probabile che anche nei decenni passati vi fossero molte persone con competenze di scrittura precarie, ma queste persone non scrivevano abitualmente e, se e quando scrivevano, producevano testi che non erano “esposti”. Oggi, al contrario, tutti scrivono e i testi prodotti sono assai facilmente raggiungibili. (…) la scrittura è divenuta pratica quotidiana, principalmente grazie ai social network, e ciò ha fatto emergere una nuova varietà di lingua, quella della scrittura informale, una sorta di parlato digitato. I testi pubblicati sui social sono in prevalenza scarsamente pianificati, con una assai limitata articolazione sintattica fatta di frasi brevi giustapposte, con una struttura dell’argomentazione abbastanza “frazionata”. Insomma, sono testi redatti senza un “progetto”, in un certo senso “pronti all’uso” e con caratteristiche prossime a quelle del parlato. Questa forma di scrittura, che ha una sua grammatica, pienamente legittima, ma diversa da quella utilizzata per produrre testi molto formali, è senza dubbio quella più presente e più allenata nel quotidiano delle generazioni più giovani. In questo quadro, è evidente e del tutto prevedibile che le abilità più spesso e meglio allenate siano quelle a cui si ricorre con maggior frequenza. La conseguenza è che questa grammatica, molto vicina a quella del parlato, viene poi estesa anche a testi che, invece, dovrebbero avere peculiarità diverse e che dovrebbero essere frutto di un differente processo di pianificazione, cioè i testi formali, che vengono quindi attratti verso una tipologia testuale poco adeguata alla loro natura. (…) Non credo sia vero che a scuola si scriva di meno; è senz’altro vero, invece, che fuori da scuola si scrive di più. Il punto è dunque chiedersi se la scuola abbia colto questo cambiamento e abbia adattato a esso le proprie strategie didattiche. A sensazione, la risposta a questo interrogativo è negativa. Ma sarebbe troppo facile, e scorretto, addossare alla scuola la colpa di ciò. Basta osservare i dati sugli investimenti che i governi che si sono susseguiti hanno destinato al sistema formativo per accorgersi che la scuola, da decenni, non è più una priorità per l’Italia. La società cambia, ma la scuola non ha le risorse per stare al passo. (N. Grandi, “SCRITTURA 2.0. L’INFLUENZA DEI SOCIAL SULLA LINGUA ITALIANA“, Micromega 3/25)
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