Tecnofeudalesimo alla berlina

In alto, gli accademici veri e propri. Il loro scopo è pubblicare ed essere citati. Perché questo garantisce l’occupazione dello spazio pubblico di discussione grazie all’epistemologia fai-da-te-e-cita-gli altri. Qualcuno prova nostalgia per i nativi digitali, altri si sono avvitati sulla didattica conversazionale e sul prompt engineering, c’è chi cerca di collocare eticamente il proprio aspirapolvere nell’onlife. Tutti pubblicano e si invitano e citano vicendevolmente.

Al centro i valvassori. Sono gli staffisti (dottorandi, borsisti, semplici portatori di speranze) che fungono da cani da tartufo per i vassalli del capitalismo digitale appena descritti. Il loro compito è scandagliare i dispositivi. Come lo fanno? Leggendo il materiale propagandistico e spacciando per acquisizioni le aspirazioni specchietto-per-allodole di cui sono intrise presentazioni, workshop e documentazione degli accrocchi, che sorgono come funghi. E così, quelli tossici, che si fondano sulla sostituzione e sulla dispensa da attività cognitive fondamentali, come le mappe, sono diventati un must, una cartina da tornasole.

In basso, grufola un po’ di tutto. Sono formatori più o meno improvvisati, che se la cavano rimandando ai vassalli e fanno il lavoro sporco di far credere ai loro corsisti di entrare in possesso di pratiche e di concetti utili perché efficienti, efficaci ed esaurienti.