La digitalizzazione della rappresentazione degli spazi ha tolto dalle mappe gran parte delle vecchie distorsioni e dei vecchi pregiudizi, ma ne ha trasmessi di nuovi. Le carte digitali sono costruite intorno all’individuo, al puntino blu. Grazie alle funzioni di zoom, l’ambiente circostante diventa sempre più personalizzato e la mappa che ne emerge si differenzia da tutte le altre. A personalizzare la mappa è un algoritmo che tiene traccia di ogni singolo aspetto di ciascun individuo, quasi dalla nascita. Se mi piace il gelato, sulle mie mappe saranno sempre visibili le gelaterie nelle vicinanze, a prescindere da dove mi trovo o da ciò che sto cercando. Se mangio spesso cibo spazzatura, mi verranno mostrati i luoghi in cui posso acquistarlo. La certezza e l’universalità della geografia svaniscono perché esistono infinite versioni dello spazio, potenzialmente una per ogni abitante del pianeta, per ogni puntino blu che lampeggia sullo schermo di uno smartphone. L’anarchia degli spazi costruita intorno all’individuo come centro della geografia svuota l’essenza di villaggi, paesi, città e intere nazioni. (…) la mappatura digitale ha ristretto il nostro spazio dal punto di vista sia fisico che esistenziale: lo ha rimpicciolito alla nostra mera dimensione individuale. Questo è il mondo in cui credo di abitare, ma è la mia proiezione. Mentre il mio puntino blu si muove, vedo un mondo costruito secondo i miei gusti e i miei desideri, ma anche un mondo condizionato dai miei pregiudizi e dai miei limiti culturali. Questo spazio non sembra richiedere impegno, e per questo motivo molti lo considerano confortante. In realtà, uno spazio così ristretto è come una batteria di polli in cui le persone non si muovono, non vedono mai la luce del sole e vengono nutrite solo al fine di essere quotidianamente trasformate in consumatori. (L. Napoleoni, “Tecnocapitalismo. L’ascesa dei nuovi oligarchi e la lotta per il bene comune”)